di Paolo Pugni
Sta nell’illusione, nella menzogna che ti racconti quando ti dici “che bello qui, ci tornerò di sicuro” anche se sai che non vedrai più queste strade, queste case, questa gente. Nel desiderio di voler trascorrere almeno una notte in tutti gli alberghi che incontri, in tutte le camere. Di mangiare in tutti i ristoranti, ordinando tutti i piatti in menu. Sta nel passo in più non fatto, quando hai rinunciato ad andare oltre, nella curva non presa, nell’angolo non svoltato. Sta desiderare di scoprire che cosa si nasconde in quelle case che scappano via dal finestrino dell’auto con cui viaggi.
Sta nelle finestre accese che contempli quando ti fermi alla sera, sì proprio l’ora che volge al disio e intenerisce il cuore –oh come la poesia sa dipanare quel groviglio di sensazioni e pensieri così profonda e intricata che confonde e commuove e spinge a rabbia, con una luminosità da schiantarti e in frasi corte quasi mozze, e per questo taglienti come lama che separi i nervi dalle ossa- e ti raffiguri la vita là dentro, occhi spalancati sul cielo, e vorresti viverle tutte quelle vite, innamorarti di tutte quelle case e famiglie e intrecciare la tua piccola vita con le loro fino a leggere dentro l’anima e stendere sul prato, come un telo abbagliante, i dolori che dentro spaventano e ingrigiscono e farli evaporare sotto la luce e la verità.
Sta in questo mare senza sponde che ti si spalanca con un clic e urla e biancheggia e ti squaderna davanti tante esistenze quante non ne avresti mai potute incontrare, non sfiorate, ma comprese, trapanate, come una sonda, un carotaggio delle loro storie e vorresti possederle e scriverle: sì, un infinito romanzo che non saprebbe nulla, vite di uomini e donne non illustri ma vere perché la quiete non affascina e ingarbuglia, e i dolori non commuovono -se sono veri e non cinematografici- se non coloro che sanno condividere il senso della sofferenza.
Sta nella gente che incroci quando corri, cammini, viaggi in metropolitana, in treno, in aereo e ne catturi smozzichi, frasi non finite, emozioni dipinte sui volti (quanti pianti, quanti sorrisi, quanta rabbia) che svaniscono come un fotogramma che si brucia, e nella memoria non rimane più nulla, nemmeno l’odore, nemmeno un colore. Solo un fondo amaro che sta lì, a ricordarti la tua fragilità, la tua precarietà: si sta come di sera un tweet sulla timeline.
Sta nel mare che contempli dalla riva e non finisce di stupirti dopo tutti questi anni, e nella neve delle vette, nei sentieri di montagna, sempre gli stessi eppure ogni volta capaci di trascinarti su, passo dopo passo, come per un incontro nuovo che sappia meravigliarti. E non ci vuole Kant per ridestare quel senso dell’infinito, dell’immenso.
Sta nel cielo stellato che sa evocare storie e leggende, dove Teseo si mescola a Luke Skywalker e Paul Muad’dib combatte contro Orione che poi ti ricorda Giono e il suo fleur de carote e gli anni del francese e le vacanze e la luna e di nuovo il vento che le attraversa e a chi lo raccontavi e che cosa eri allora, che futuro avevi davanti… e adesso?
Sta in queste piccole cose, se ti fermi un attimo a pensare e non permetti loro di divorarti o di fuggire come disertori, il senso della vita, quella sensazione di infinito che ti dilania, se appena ti consenti di guardare dentro, oltre la superficie.
Perché il viaggio non è concupiscentia oculis, la brama di vedere, né concupiscientia carnis, la voglia di acquistare, e neppure superbia vitae, il desiderio di raccontare vantandosi. No. Il viaggio è metafora, è specchio, è luogo di lode, che non puoi capire altrimenti come tutto sia così bello senza un Amore che l’abbia prima pensato e poi modellato, ed è riflesso della vita, che non ti consente di fare un passo in più del previsto, anche se ne senti il folle desiderio.
E che abbia iniziato a scrivere queste cose mesi fa a Toronto, nella sera di una Pasqua serena e mite, che rimanda ad un altro viaggio e ad un Amore che proprio oggi, risorgendo, indica il senso e la via, e che le riprenda e le rilegga e le riscriva in un luglio che vorrei quieto e lento e che sta giù tradendomi per morire ad un inizio settimana e consegnandomi, come un prigioniero, a quell’agosto che implacabile da 52 anni segna sul calendario una tacca in più, indica che questa vita va scoperta e riscoperta.
E allora sta davvero in quel senso di infinito irraggiungibile, qui, la tensione che spiega la vita.

