di Andreas Hofer
La liberazione totale è il processo che costruisce la prigione perfetta.
(Nicolás Gómez Dávila)
Oggi è una data storica. Il 25 luglio 1968, nel pieno della Contestazione studentesca, col suo ripudio della morale dei comandamenti, Paolo VI pubblicava infatti uno dei documenti più coraggiosi nella storia della Chiesa: l’enciclica Humanae vitae, con la quale papa Montini ribadiva il «no» del magistero petrino alla logica contraccettiva, sfidando non solo l’opinione pubblica e i poteri del «mondo» ma anche un vasto quanto inedito dissenso interno.
Il papa, pesantemente colpito, ne rimarrà segnato: non pubblicherà più alcuna enciclica nei dieci anni a venire (il famoso “decennio senza encicliche”).
Una sorprendente difesa
A difesa dell’Humanae vitae si schiereranno in campo ecclesiale il filosofo Jean Guitton e il grande teologo gesuita Jean Daniélou. Ma un sorprendente sostegno giungerà, inaspettato, da una zona estranea all’ecumene cattolico: quello di Max Horkheimer, fondatore della celebre Scuola di Francoforte.
Guitton, dopo aver meditato e letto più volte l’enciclica, scriverà che essa «partecipava a un non so che di netto, sull’essenziale, ed anche di condiscendente, d’umano, di tenero, che è il profumo del Vangelo. Elle est ferme, mais non fermée. Essa è ferma ma non chiusa. Se parla della via stretta, mostra che la via stretta è la beatitudine profonda e pura, è la via aperta verso l’avvenire» (J. Guitton, Rilettura dell’enciclica, «L’Osservatore Romano», 6 settembre 1968, p. 4).
Secondo Daniélou invece l’enciclica aveva affrontato una questione di immensa portata, perché sull’amore e il matrimonio si sarebbe giocata «una delle più grandi battaglie dei nostri tempi», fomentata dalla «congiura dei tecnocrati e dei libertari», dove l’aspirazione dei primi «ad estendere al campo della famiglia la loro volontà universale di pianificazione» si era ormai sposata alla volontà dei secondi di promuovere «la libertà sessuale» come «una delle forme principali della contestazione». Aveva dunque dimostrato Paolo VI uno «straordinario coraggio nell’affrontare tutte queste forze, per andare contro corrente». Con la sua enciclica papa Montini si era fatto portatore delle aspirazioni migliori della protesta giovanile contrastando la riduzione della sessualità a «semplice prodotto della società dei consumi, di cui si tratta d’organizzare razionalmente l’uso», associandosi così alla «rivolta contro la tecnocrazia» (J. Daniélou, Le sacré de l’amour, in Tests, Beauchesne, Paris 1968, pp. 73-76).
E proprio a questa chiave di lettura si allaccerà l’analisi di Horkheimer.
Smaltita l’illusione marxista, il pensatore francofortese preconizza da tempo l’avvento di un «mondo amministrato» (verwaltete Welt) assai prossimo al Brave New Word, la distopia tecnocratica vagheggiata da Aldous Huxley.
Convinto che il suo ruolo di “intellettuale critico” gli prescriva di indicare alla società il prezzo da pagare per il “progresso” delle tecniche contraccettive, concentra la propria riflessione sulla pillola anticoncezionale, che considera un decisivo step intermedio in direzione di una società tecnocratica.
La morte dell’amore
Non il matrimonio – come vuole il mantra in voga nella “società liquida” – ma la pillola scava la tomba dell’amore, sostiene Horkheimer nel libro-intervista La nostalgia del totalmente altro: «L’amore si fonda sulla nostalgia, sulla nostalgia della persona amata. Esso non è libero dalla dimensione sessuale. Quanto più è grande la nostalgia dell’unione con la persona amata, tanto più grande è l’amore. Se si toglie il tabù della dimensione sessuale, cade la barriera che produce continuamente la nostalgia, e così l’amore perde la sua base. […] La pillola trasforma Giulietta e Romeo in un pezzo da museo. Mi permetta di dirlo in forma drastica: oggi Giulietta spiegherebbe al suo Romeo che deve prendere ancora in tutta fretta la pillola, prima di accostarsi a lui. […] Ritengo … mio dovere rendere attenti gli uomini sul prezzo che devono pagare per questo progresso e questo prezzo è l’accelerazione della perdita della nostalgia, e alla fine la morte dell’amore» (M. Horkheimer, La nostalgia del totalmente altro, trad. it., Queriniana, Brescia 2001 (ed. or. 1970), pp. 87-88).
Bisogno e desiderio
A ridosso della pubblicazione dell’Humanae vitae il fondatore della Scuola di Francoforte si era già chiesto se le implicazioni sociali della commercializzazione su larga scala della pillola non avessero comportato «una conversione della quantità in qualità» nella storia della regolazione delle nascite. Non si è infatti prodotta, novità assoluta, «una situazione in cui, almeno nelle città, praticamente ogni giovane donna può in qualsiasi momento dormire con qualunque uomo le piaccia, e viceversa, senza preoccuparsi delle conseguenze e senza aver necessità di fastidiosi preliminari? [...] Le conseguenze culturali non sono lontane. Non solo per le relazioni umane ma anche per la scomparsa dell’istinto di sublimazione. Con la sua enciclica, per quanto sia fondata sull’ortodossia cattolica, Paolo VI ha più ragione di quanto lui stesso forse sappia» (M. Horkheimer, Ist die Pille das Ende der Liebe? (settembre 1968), in Nachgelassene Schriften (1949-1972). Notizien, in Gesammelte Schriften, vol. XIV, Fischer, Frankfurt am Main 1988, p. 496).
Ha trovato così concreta realizzazione, osserva Horkheimer, la «teoria del “bicchiere d’acqua”», secondo l’espressione con cui Lenin aveva apostrofato gli esiti banalizzanti della posizione “libertina” di Aleksandra Kollontaj, una delle prime apostole della “liberazione sessuale”.
Almeno in quell’occasione il patriarca sovietico aveva visto giusto: assimilare l’esercizio della sessualità al semplice soddisfacimento di un bisogno fisiologico, come voleva la Kollontaj, equivaleva effettivamente a ridurre la relazione sessuale all’atto di bere un semplice bicchiere d’acqua.
Una visione realmente disperante e deprimente, quella della Kollontaj, dimentica del fatto che conservazione e riproduzione, i processi biologici fondamentali, solo nell’animale assumono il tono della necessità implacabile e cadono sotto il regno dell’automatismo cieco.
L’animale non si impone di digiunare. Non può, coscientemente, impedirsi di mangiare come di riprodursi.
Ma mentre l’animale ha dei bisogni, nell’uomo il bisogno può tramutarsi in desiderio. Quando ciò accade il bisogno soggiace a una trasfigurazione, il cangiamento in desiderio comporta un mutamento di natura poiché «al bisogno si aggiunge il senso dell’infinitudine», scrive il solito Guitton, e «l’istinto è invaso dall’infinito» (J. Guitton, La famiglia e l’amore, trad. it., Paoline, 1986, p. 17).
Il bisogno, limitato e finito, cede il passo al desiderio, illimitato e infinito. Prova ne sia la possibilità, nell’uomo, che l’istinto perda la misura conducendolo alla rovina e al vizio schiavizzante (ne è esempio l’insaziabile auri sacra fames dell’avaro).
In rapporto al mondo animale l’uomo perde in sicurezza e stabilità quel che guadagna in libertà. Nell’ordine del bisogno il nutrimento sazia la fame, in quello del desiderio talora accade invece che la bevanda accresca la sete.
Indicibile presenza del desiderio nell’uomo, pellegrino dell’Assoluto, è il richiamo della Fonte inesausta, la sola che possa soddisfarne la sete d’infinito…
Eclissi della fedeltà e consumismo dell’amore
Promuovendo l’equivalenza dell’amore e del bisogno a paradigma della relazione sessuale, la pillola sferra un colpo diretto all’idea della vita a due come fedeltà, responsabilità e promessa. A differenza del rapporto mercenario, che esclude l’amore-impegno col provvedere al mero appagamento degli impulsi sessuali, la famiglia fondata sul matrimonio è imperniata sulla «fedeltà sessuale» (sexuelle Treue), osserva Horkheimer. La pillola «rimuove in gran parte gli ostacoli posti fino ad ora sulla via del soddisfacimento dei desideri sessuali. Poiché oggi tutti possono disporre di tutti non si addiviene più alla nostalgia per la persona amata, da cui solo si dispiega l’amore» (M. Horkheimer, Ehe, Prostitution, Liebe und die Pille (gennaio 1970), in Nachgelassene Schriften (1949-1972), cit., p. 537).
Si diffonde così nel mondo occidentale una sessualità meccanizzata, un’intimità sempre più indifferenziata e liquida, contraddistinta dall’intercambiabilità del partner, scelto sulla base di un’attrazione “epidermica”. Analogamente a quanto già rilevava Walter Benjamin a proposito dell’opera d’arte, la “riproducibilità tecnica” dell’atto sessuale svincolato dalla generazione rende la sessualità fruibile come bene di consumo, producendone la morte, insieme con la scomparsa dell’”aura” di mistero e del carattere di unicità e di elezione esclusiva dell’essere amato.
Christopher Lasch ha mostrato quanto amaro e decadente possa essere il destino che attende una relazionalità desostanzializzata e spersonalizzata, senza impegni e conseguenze, “ipotetica” e revocabile, con data di scadenza. Si apre la strada alla riduzione dei protagonisti delle relazioni intime a prodotti intercambiabili. La fungibilità sessuale esige l’equiparazione di uomini e donne alla stregua di indistinguibili articoli di consumo. Ma la libertà di scegliere tra prodotti fungibili è una libertà illusoria, puramente formale, una libertà che nega se stessa riducendo la persona a oggetto da consumare (Cfr. C. Lasch, L’io minimo, trad. it., Feltrinelli, Milano 2006 (ed. or. 1984), p. 24).
La rivoluzione contraccettiva
Con la diffusione generalizzata della pillola si verifica un vero e proprio salto di qualità, per il quale non è eccessivo spendere la parola “rivoluzione”.
I demografi ci dicono che la pillola, congiuntamente ad altri sofisticati metodi anticoncezionali come la sterilizzazione chirurgica e la spirale, segna il passaggio dalla prima (XIX-prima metà del XX secolo) alla seconda rivoluzione contraccettiva. La disponibilità di questi metodi infatti ha rovesciato lo status della fertilità femminile e sancito l’affermazione della scienza e della tecnica in ambito contraccettivo. Da una condizione in cui la donna è normalmente fertile, dove gli accorgimenti per impedire il concepimento vengono adottati generalmente dall’uomo e solo in concomitanza col rapporto sessuale, si passa a una situazione in cui essa diviene normalmente non fertile e questo stato viene modificato intenzionalmente solo qualora si desideri concepire un figlio.
La donna ora ha anche acquisito il controllo attivo della propria fertilità laddove in precedenza svolgeva un ruolo prevalentemente passivo (la strumentazione della prima rivoluzione contraccettiva – come il condom, ad esempio – cade sotto la diretta responsabilità maschile).
Un’innovazione che ancora una volta ha il suo prezzo da pagare, avverte Horkheimer, per il quale nella tecnicizzazione della sessualità è virtualmente contenuto uno scenario futuro di rigida irreggimentazione tecnocratica: «Con la scienza e con la tecnica l’uomo ha sottomesso le forze smisurate della natura. Se queste forze – per esempio, l’energia nucleare – non devono servire alla distruzione, devono essere prese sotto vigilanza da una amministrazione centrale veramente razionale. La farmaceutica moderna – per portare un altro esempio – ha reso manipolabile mediante la pillola i dinamismi della generazione umana. Un giorno avremo bisogno di una amministrazione delle nascite. Io credo che gli uomini in siffatto mondo amministrato non potranno sviluppare liberamente le loro capacità, ma si adatteranno a regole razionalizzate. Gli uomini del mondo futuro agiranno automaticamente: ad un segnale rosso si fermeranno, ad un segnale verde proseguiranno. Obbediranno a segnali» (La nostalgia del totalmente altro, cit., pp. 97-98).
continua…

