Generata dal connubio tra l’amore e la moralità, la cortesia si trova alla confluenza tra esteriorità (buone maniere, comportamenti garbati, gentilezza) e interiorità (considerazione per i desideri e i sentimenti altrui). Val poco infatti far mostra di avere ottime maniere se non si possiede anche un animo cortese, carico di giovialità e buonumore, mosso dalla pronta sollecitudine con cui ci si prende cura dell’altro. Fatalmente la sola forma, priva di slancio interiore, degenera in vacua e artificiosa formalità codificata, talvolta perfino fredda e ostile. La “base morale” dello spirito cortese sta invece nel desiderio di farsi prossimo, di farsi incontro ai propri “compagni in umanità” con la volontà di creare uno spazio di vita accogliente.
Ha scritto la psicologa Giovanna Axia che «la cortesia non è certo uno di quei fenomeni che scuotono le radici dei destini umani. No, la cortesia è un fenomeno semplice, inventato dall’umana saggezza per alleggerire la strada che si percorre in compagnia. Si potrebbe vivere senza la musica di Vivaldi, ma si vivrebbe peggio». (G. Axia, Elogio della cortesia, il Mulino, Bologna 2003, pp. 11-12). È virtù semplice e spicciola, la cortesia: alla maniera di una benefica “polvere sottile”, presenza infinitesimale del bene allo stato puro, impregna i rapporti umani del suo aroma quasi impercettibile per offrire un indispensabile contributo all’innalzamento della “temperatura umana”. Anche Dio non disdegna talora di manifestarsi attraverso il delicato sussurro di una brezza (Cfr. 1 Re 19,12). Perché dunque non vedere nella cortesia uno di quei microsegni – uno sguardo, un sorriso, una parola – apparentati al «vento leggero» della Scrittura?
Si è già detto che come forma delle relazioni umane, non solo tra uomo e donna, il nucleo centrale della cortesia poggia sul desiderio di conferire alla bellezza il posto d’onore nell’esistenza, per renderla così più conforme al pregio e alla dignità della persona. «La cortesia è bella – ci dice ancora Guardini – e rende la via bella. Essa è «forma»: atteggiamento, gesto, azione, le quali cose non soltanto tendono a dei fini, ma esprimono un significato che è per se stesso pregevole, quello appunto della dignità umana» (R. Guardini, Cortesia, in Virtù, Temi e prospettive della vita morale, Morcelliana, Brescia 2008 (5a ed.), p. 149).
Ci si può chiedere a questo proposito quale sia l’utilità della cortesia. A che “serve” essere cortesi? Questa domanda però contiene già in sé un’indicazione ingannevole, perché della cortesia si può dire che abbia un senso e un significato più che uno scopo o una funzionalità pratica. La sua essenza – e ciò la accomuna all’arte e alla liturgia – sta proprio nell’appartenenza al campo del superfluo, del non utile per definizione. E se la bellezza è il fulgore della forma, splendore trionfante della forma sulla materia debitamente proporzionata, di quali meraviglie si screzia la cortesia, questo stile di vita “liturgico” improntato all’eleganza cerimoniale? Vi rifulge qualcosa di quello «splendore gratuito, spreco delicato, più necessario dell’utile» attribuito da Cristina Campo alla liturgia.
Ecco perché la cortesia non serve a qualcosa ma piuttosto serve qualcuno. Implicito omaggio consacrato all’infinita dignità della persona, testimonia che ogni essere umano – immagine del Dio vivente e perciò da onorare come un erede al trono, non da consumare come un bene fungibile – è un “articolo” unico e insostituibile. La vita come “liturgia cortese” è un’esistenza affrancata dalla tirannia dell’avere, emancipata dalla sete di dominio e possesso sostituitasi nel nostro mondo all’istinto di comunione profonda. Questa può essere assicurata solo da legami interiori, vivificati da quella scintilla di curiosa benevolenza che sta al fondamento della cortesia.
Non a caso, osserva nuovamente Guardini, cortesia e comprensione sono assenti nel mondo animale. La brulicante, frenetica attività di un formicaio non ne ha alcuna necessità: la convivenza delle formiche è assicurata dall’istinto, lo stesso per cui ciascuna di esse svolge il compito dettatole dalla necessità naturale. Nell’uomo invece vive lo spirito, dunque la libertà. Perciò la convivenza sociale nel suo caso non è un frutto elargito spontaneamente dalla natura ma l’esito, sovente tormentato e mai pienamente realizzato, di un lungo e paziente processo che l’uomo «realizza anche per mezzo delle forme spicciole di educazione, cioè con la cortesia» (Ibid., p. 146).
L’invasione della scortesia è quindi il marchio di un’umanità assimilata a falansterio, termitaio o alveare, dominata da relazioni quantitative, spinta all’azione da un febbrile istinto di accumulazione di beni terreni. Come se la quantità dell’avere potesse determinare la qualità dell’essere…

