di Cyrano
(Questo è il secondo pannello del dittico aperto ieri col post di Daniela Bovolenta)
Può darsi, tuttavia, che la questione dello stile non sia il primo cruccio anche degli altri – dei gitani della fede. Sì, perché anche stare in piedi su d’una tavola da surf è una questione di equilibrio, e l’equilibrio è l’obbedienza a una legge, l’ottemperanza simultanea a tutte le sue regole. Niente sembra più emblematico della libertà di uno che scivola sul pelo dell’acqua (a parte, naturalmente, il già venerato sciatore alpinista!), eppure niente è tanto grottesco e ridicolo quanto la sgangherata pantomima di uno che sta perdendo l’equilibrio. Il grande successo di pubblico di Paperissima si deve essenzialmente a questo: anche chi vive senza assoggettarsi a un recinto visibile, a una regola definita, anche questi – se è semplicemente un uomo – cerca soltanto di salvarsi, e per questo sa di non essere esentato dall’esigente rigore della regola invisibile.
In qualche momento potrà pure invidiare i suoi lontani cugini claustrali: in un monastero il tempo (ossia l’esistenza e lo scorrere dell’essere) viene scandito da ore, e oltre a quelle di preghiera ci saranno quelle di lavoro, quelle di riposo, quelle di esame di coscienza e revisione, quelle di nutrimento e di ristoro, perfino quelle di correzione fraterna. I suoi lontani cugini sanno, insomma, quando e dove, con massima probabilità, alcune cose capiteranno: la regola sosterrà qui, ammonirà là, castigherà lì e loderà qua. Lo zingaro della fede, invece, è in balia dell’imprevisto: questo è il prezzo e il rischio della sua libertà, e non finirò mai di stupirmi di quanto siano simili tra loro gli anomali tipi di attrito che tengono un treno sul suo saldo binario e quelli che mantengono una lama sul precario specchio di ghiaccio.
Una cultura è data sempre e comunque dalla delimitazione (è la radice indoeuropea della parola, che lo dice), eppure l’esperienza della fede – che dal culto genera cultura – non può confinarsi nel culto, e neanche nella cultura. La fede amante, che costruisce monasteri, bastioni e chiostri, si configura già da sempre come il loro oltrepassamento; così pure l’amore fedele, che costruisce famiglie, focolari e case, si predispone da sempre a lasciar andare via quelli che vi sono nati, e che pure mai smettono di esserne parte.
Oltre. Così il fondatore del Cristianesimo, ossia della Chiesa cattolica, ha scongiurato per sempre l’ipoteca della sterilità per il proprio recinto: lo ha stabilito per scavalcarlo, lo scavalca per stabilirlo. Il grande Giove, difatti, non ha più credenti non solo e non tanto per la sua tendenza all’intimità con le mogli dei propri ospiti, ma molto di più perché l’Olimpo, casa sua, è “sopra” (ossia fuori portata) per definizione. Il grande Sacerdote della vera fede, invece, non ha scelto un “sopra” per il proprio grande sacrificio, ma un “oltre”, dal momento che la croce si stagliò fuori dalla città.
Superfluo stare a richiamare tutte le nozioni di diritto (sia giudaico sia romano) che configuravano la città come il luogo da preservare dall’impurità (a cominciare dalle sepolture) in quanto è raccolta attorno al tempio: nel cuore del fanum sta la casa di Dio, e la cinta muraria è precisamente – come nei monasteri – il perimetro sicuro del raggio d’azione di quella potenza benefica. L’unica azione di culto in cui la legge giudaica ha coinvolto il pro-fanum è la liturgia del capro espiatorio, che viene espulso dal fanum dopo essere stato caricato dell’impurità che questo non può e non deve contenere. Questa liturgia è parte di quella celebrata dal Grande Sacerdote dell’Alleanza eterna, che sintetizza in sé l’agnello innocente del fanum e il capro peccatore del pro-fanum.
Così la trasgressione di Dio ha confuso per sempre le speranze arroganti (e in fin dei conti atee) di quelli che speravano di potersi garantire il paradiso osservando una regola con mera formalità (magari “impeccabile”); allo stesso modo ha posto nel pro-fanum il cuore del fanum – il sacramento di Dio che si comunica.
Difficilissimo capirlo senza esagerare: in fin dei conti l’eccesso mistico è quello in cui la regola è trasgredita in modo così divino da non essere passibile di accusa alcuna. Che dire di una Teresa d’Avila che, da un certo punto della sua vita in poi, affermò di non poter più peccare? È vero, san Giovanni scrisse la stessa cosa, ma l’Evangelista non aveva potuto leggere che il (grandissimo) Concilio di Trento aveva condannato espressioni simili come eretiche. Teresa sì!
Pietro contro Giovanni, allora, e Giovanni contro Pietro? Sì, questa è la versione dei miopi, di quelli che non conoscono né Pietro né Giovanni… A differenza di quanto spesso si dice, il problema non è ciò che Gesù aveva detto alla Samaritana, ossia che «i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e Verità», ma ciò che Gesù aveva detto a Nicodemo non molto tempo prima: «Ciò che è nato dalla carne è carne, e ciò che è nato dallo Spirito è spirito». Sbaglierebbe di grosso, chi prendesse questa per una mera tautologia: in realtà significa che “spirito” non è “questo” o “quello”, o qualunque altra cosa possiamo definire, ma precisamente, esclusivamente e semplicemente, “ciò che è nato da Dio”.
In fondo, se le cose non stessero davvero così, e se una regola buona e santa non potesse pervertirsi nella peggiore delle carnalità, perché Paolo avrebbe detto che alcuni «vogliono la vostra circoncisione per poter trarre vanto dalla vostra carne»? Non è stato Dio a comandare la circoncisione? E quando l’avrebbe abolita? Gesù ne ha mai parlato? Ma non era circonciso Gesù stesso? Non era circonciso Paolo stesso?!
Eppure bisognava che i segni dell’Alleanza fossero ripensati alla luce della nuova ed eterna trasgressione di Dio: bisognava che tutti capissero che «la legge è buona, e il precetto è buono, giusto e santo», ma che «non è la circoncisione o la non circoncisione che conta, bensì l’essere creatura nuova».
E nessuno può essere creatura nuova se, guardando alla trasgressione con cui l’agnello è diventato capro senza smettere di essere agnello, non si distacca interiormente dalla propria regola, anche se continua a seguirla, considerandola «come spazzatura, al confronto di Cristo Gesù, e al fine di guadagnarlo».

