Andare a zonzo per Roma su una vespa a primavera è tra le cose più belle. L’altro giorno ho alzato il naso su una scarpa a forma di banana impressa sopra un cartellone pubblicitario. Mi ha guardato dall’alto con l’aria un pò snob e stizzita mi ha risposto: “scarpa lo dici a tua sorella”.
L’ho inseguita con lo sguardo fino a perderla dietro alle mie spalle, poi ho proseguito la marcia incontro alla brezza che danzava un lento sopra la mia pelle. Pensavo tra me e me, non c’è scarpa che voglia essere soltanto una scarpa, uomo che voglia essere semplicemente un uomo. Siamo sempre lì, dai tempi del primo Adamo non vediamo l’ora di tracimare dagli argini, di fare nostro ciò che non ci appartiene, di affondare Dio per innalzare la bandiera dell’Io sopra i nostri cadaveri. Io ipertrofico, Io aerostatico, ingombrante come i lottatori di sumo. Lo vedo lì, sui posti di partenza, pronto a sfondare come un missile i flebili confini dell’epidermide, per poi rotolarsi, faro nella notte, nelle orbite siderali del nuovo e del nulla. Gravità, gravità, santa gravità, ti benedico perchè mi tieni ancorato alla terra, sui sentieri dove cresce l’erba e sbocciano le viole …

