di Cyrano
Scusate, ma io faccio ancora un po’ di fatica a crederci.
Non vorrei essere cinico, ma è dalle medie che l’esperienza me lo insegna: quando senti qualcuno dire “non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace”, voltati e guarda, nove su dieci è solo il rantolo della volpe che non arriva all’uva. Che volete, quando si cominciava a guardarsi attorno e si vedeva che i tipi più svelti della classe avevano già la ragazza (quelli che riuscivano ad abbinare l’opzione ragazza all’opzione motorino assurgevano al rango di eroi di guerra) la conclusione era perentoria: «Devi trovartene una anche tu!»
A partire da questa premessa, è chiaro che non si può fare troppo gli schizzinosi, e che la prima sventurata che capiterà a tiro sarà lieta di regalarsi qualche giorno-settimana-mese d’infelicità. La faccenda funziona, disgraziatamente, perché mentre i giovani maschietti si rendono conto di avere in casa pareti troppo spaziose e troppo vuote per non darsi da fare con una stagionale incetta di trofei, le miserelle, da parte loro, sono generalmente fin troppo insicure per potersi permettere il lusso di non credere a una bugia (non è detto che passi, con l’adolescenza, stando a Mia Martini). Sia dunque sfigurato dall’acne, il nostro eroe, e imbottito da uno scrupoloso decennio di porcherie assortite assunte per via orale; sia rozzo nel proporsi, limitato nel lessico… lei potrà comunque ripetersi, tutte le volte che sarà necessario: «Mi ha detto che mi ama!» – «Uhm – sembra di sentire il mugolio di James Bond – la solita parola magica…»
Così cominciano di norma i tamponamenti a catena dell’età più magmatica e difficile della vita umana (almeno come la conosciamo oggi, ché cento anni fa i quattordicenni erano uomini e donne), con la disinvoltura di un’anziana signora che debba uscire da un parcheggio in centro all’ora di punta e sotto la pioggia. Ogni volta che sento qualche coetaneo rimpiangere con un moto di malinconia «il bel tempo che non tornerà», è a me che viene un coccolone di tristezza, ma per il mio coetaneo, non per quando si era ragazzini!
Insomma, nel bisogno dettato dalla grande novità che si apriva a passi inesperti – e chi c’è, di norma, a guidare quei passi? – si sta insieme un po’ per sfruttarsi e un po’ per sostenersi a vicenda: da questo letame, in fondo, possono germogliare i fiori di una sincera gratitudine, e quanto c’è di vero e di buono nella tenerezza tra due adolescenti fa capo a questo, credo.
Se poi uno proprio fosse colto da un raptus di “adolescentite”, il rimedio infallibile sarebbe sempre riprendere in mano qualche pagina di un qualunque diario del “tempo delle mele”: frasi come “konta kuello ke ai [sic!] nel kuore”, “l’importante di una Xsona è il karattere” o “Xdona ma nn dimentikare” sono i piccoli artigli di cuccioli che si avventurano fuori dalla tana, e prima o poi torneranno anche utili, ma sono allora irrimediabilmente privi di quello che promettono – la saggezza – come i profumi della primavera sono privi dei succhi dell’estate.
A quell’età, il malinteso di fondo sulla bellezza è il falso problema che si debba scegliere tra “il dentro” e “il fuori” di una persona, tra il suo aspetto e la sua personalità. Il problema, in effetti, sembra serio, perché lo sviluppo fisico di un adolescente è rapido e armonizza poderosamente forme e proporzioni, laddove la personalità brancola perlopiù in un mare d’indeterminazione. Non solo, ma mentre lo sviluppo fisico sembra procedere tranquillamente in obbedienza a leggi proprie e salde, benché dissestanti, quell’altro può benissimo starsene inerte per mesi e anni, ragionevole e docile come un mulo impalato su un sentiero di montagna.
Il dilemma è falso perché la bellezza fisica è immagine della grazia, e lo sviluppo della personalità è traccia della libertà: la saggezza è data dalla dimestichezza che mano a mano si guadagna nel far collaborare queste due dimensioni, ma fintanto che questa non comincia a distillarsi, la libertà sarà destinata a esaltarsi in libertarismo o ad annichilirsi in depressione, mentre la grazia dovrà presto o tardi spegnersi come un fiore che non sia stato fecondato.
Eppure stava scritto tanto chiaramente, nel Vangelo: «Chi ha fatto l’esterno non ha fatto anche l’interno?» A guardar bene, poi, sembra che se ne possa ricavare la formula inversa “chi non ha fatto l’interno non ha fatto nemmeno l’esterno”. Beh, se penso a quanto rapidamente sono sfiorite le bellezze di Clizia, Martina e Barbara, che alle medie parevano delle piccole dee… E se considero quanto sembrino stanchi e spenti, oggi, gli occhi di Antonio, Carlo e Stefano, che inutilmente noialtri (schiappe) ci sforzavamo di imitare. Come palloncini quattro giorni dopo la festa… Pensavo di esagerare, le prime volte che rimuginavo queste esegesi strampalate: poi ho letto di come Origene (mica pizza e fichi!) raccomandasse alle donne – passi scritturistici alla mano! – la pudicizia come via di mantenimento della sodezza del seno, e mi sono detto che non potevamo sbagliarci tutti e due, su questioni di così vitale importanza, poi!
Cose del genere, del resto, si potevano capire anche senza disturbare la Sapienza di Dio incarnata, ma si sa, Gesù è venuto dopo tutti i profeti quasi a tenere un corso di specializzazione, e s’è trovato incastrato a dare ripetizioni sui fondamentali: bastava entrare nella bottega di un coppiere e dare un’occhiata alla fatica dell’artigiano, che compendia in sé la legge dell’universo. La bellezza vera, quella che non passa con l’avvizzimento delle membra, è solo uno sbalzo dell’anima, e come la coppa non avrà mai le decorazioni che l’Artigiano ha in mente, se gli strumenti non colpiranno la parte interna della lamina, così nessun corpo sarà davvero attraente (per quanto bello) se resta inanimato. Dissentano pure i necrofili; io sono all’antica, e amo le persone vive perché in quelle la bellezza è un’irradiazione dell’immateriale sul materiale e oltre.
«Mestier non era parturir Maria», certamente, per così poco. Ci voleva comunque una donna, perché gli uomini capissero queste cose, ma è bastata una straniera di Mantinea, quella che ha iniziato Socrate ai misteri di Eros: «Quando un uomo fecondo nel suo animo, simile agli dèi, coltiva sin da giovane il proprio spirito, e divenuto adulto sente il desiderio di mettere a frutto le sue capacità, allora cerca in ogni modo la bellezza – perché mai potrà essere creativo nella bruttezza. I suoi sentimenti si dirigono allora verso le cose belle piuttosto che verso le brutte, proprio perché la sua anima è feconda. Se incontra un’anima bella e generosa e sensibile, allora le dà tutto il suo cuore: davanti a lei saprà trovare le parole giuste per esprimere la sua forza interiore, per esaltare i doveri e le azioni di un uomo che vale: così potrà guidarla educandola. E secondo me, attraverso il contatto con la bellezza dell’anima dell’altro, con la sua costante presenza, potrà venire alla luce quanto di meglio portava in sé da tempo: in questo senso la sua anima crea, genera nuova vita. Che sia presente o assente, il suo pensiero va sempre all’altro che ama e così nutre ciò che nel rapporto con lui in sé ha generato. Tra gli esseri di questa natura si crea così una comunione più intima di quella che si ha con una donna quando si hanno dei bambini, un affetto più solido. Son più belle, in effetti, ed assicurano meglio l’immortalità, le creature che nascono dalla loro unione».
Così Neruda poté scrivere: «Me gustas cuando callas porque estás como ausente, / […] Como todas las cosas están llenas de mi alma / emerges de las cosas, llena del alma mía»*
È sbalzo dell’anima, la bellezza, nel corpo e oltre; e questo non s’è mai visto più chiaramente che nell’“uomo dei dolori”, meravigliosamente riconosciuto come “il più bello tra i figli dell’uomo” – il sublime. Lo Spirito che preparava il passo alla Verità, però, aveva già mostrato agli uomini che lo strabismo era capitato all’incantevole Venere, e non al suo orrendo marito (sì, ho meno difficoltà ad ammettere l’ispirazione delle Metamorfosi che quella del Corano!): quando il mistero della bellezza pulsa dall’interno della coppa, tutto l’esterno ne risulta sbalzato fino ad un’autentica trasfigurazione.
Questo è l’essenziale, ed è un malinteso pretenderlo invisibile agli occhi: ci vogliono però gli occhi dell’amore, i quali (ciechi come quelli di Tiresia e di Omero) sono gli unici che sanno guardare davvero.
Così l’amante può ridersela degli slogan sulla bellezza, e restare muto a contemplare quegli inspiegabili e inequivocabili difetti (fisici e non) dell’amato: quella pelle cadente, quel naso pronunciato, quei veli di tristezza… perché non sortiscono l’effetto di dissuadere l’amore?
«Mi bella, eres hermosa como el viento, / mi fea, de tu boca se pueden hacer dos, / […] amor, te amo por clara y por oscura»**.
*: «Mi piaci quando taci perché sei come assente, / (…) Dal momento che tutte le cose sono piene della mia anima / emergi di mezzo alle cose, piena dell’anima mia»
**: «Mia bella, sei leggiadra come il vento, / mia brutta, della tua bocca se ne possono fare due, / (…) amore, ti amo in quanto chiara e in quanto oscura»

