La dittatura della trasparenza – parte seconda

di Andreas Hofer

di Andreas Hofer

Ad essere in primo piano nel pudore è sempre lo sguardo. La pudicizia si palesa come inesprimibile disagio di fronte alla nudità, che sorge laddove ciò che vediamo non è da vedersi o quando ciò che mostriamo non è da mostrarsi. Indefinibile timore della profanazione, misteriosa titubanza dello spirito in presenza di una grandezza soave ed inerme, il pudore si manifesta sulla soglia di un varco segreto o di una riserva inviolabile, ha qualcosa del rispetto dovuto alle cose sacre.

Condizione del pudore è il mistero inattingibile celato in ogni essere, il sancta sanctorum cui nessun altro, salvo Dio, può avere accesso. E il pudore altro non è che il discreto, vigile custode dell’interiorità individuale, il presidio dell’intimo nucleo dell’uomo. Osserva Mounier nel suo Trattato del carattere che «il vero pudore veglia alle porte di un qualcosa di sacro; è per il credente una vedetta davanti al tempio dello Spirito Santo, oppure, da un punto di vista profano, la vestale di una specie di poesia del segreto e del disponibile».

La società dello spettacolo sembra invece aver fatto suo un undicesimo comandamento: Tutto dev’essere mostrato, nulla nascosto. La stessa assordante verbosità tanto di moda oggi è segno di disgregazione interiore. I miti dello spontaneismo e della sincerità, la crescente marginalizzazione del silenzio stanno ad indicare la caduta verticale del muro di separazione tra interiorità ed esteriorità. Come se l’”incontinenza verbale” fosse connessa nella persona, ormai priva di quegli argini capaci di trattenere ciò che risiede al suo interno, a una inarrestabile dispersione del sé.

«La nostra società – afferma senza mezzi termini la Selz – è fondamentalmente senza pudore. E il massimo di impudicizia è forse quello di essere convinti che tutto sia ottenibile e condivisibile da tutti, perfino quello che riguarda la sfera più intima. Il pudore va quindi considerato come un parafuoco, nel senso più forte, contro questo desiderio megalomanico, a cui manifesta e impone un limite». Gli esiti spersonalizzanti del declino della pudicizia vanno ben oltre la sfera dei rapporti sessuali, vanno a colpire le relazioni tra gli individui in senso generale. Non c’è nulla di più pericoloso per la stessa sopravvivenza della comunità umana di vivere sotto il tallone di una dittatura della trasparenza che in nome del piacere ad ogni costo condanna il pudore all’anormalità ed elegge a imperativo categorico l’illimitata esibizione di corpi e sentimenti.

È assolutamente vitale dunque richiamare in servizio il pudore, questa sentinella dell’ineffabile. Per assicurare un vero incontro tra gli esseri umani, affinché ci sia scambio autentico, è necessario che prima tra di loro sia stato scavato un vuoto che ne definisca i limiti e tracci gli spazi propri a ciascuno.

In chi si accosta con intenzioni nobili al mistero di un altro essere l’intimità accresce rispetto e venerazione. Lo sguardo pudico è sempre contemplativo, è visione di una realtà che suscita stupore, presenza viva di un mistero che oltrepassa i limiti della comprensione razionale, puramente logico-deduttiva. Nel pudico lo sguardo si accompagna all’ammirazione e riposa nell’oggetto contemplato. Non muove assalti né cinge d’assedio, giacché il suo movente non risiede nell’ebbrezza conquistatrice del’avventuriero. Come fosse stata marchiata a fuoco dall’eternità, la creatura che è stata oggetto di una visione sprigionatasi da simili abissi di profondità ne resta per sempre segnata da un ricordo indelebile. Cos’altro grida la voce spezzata di Loredana Berté nel rievocare con struggente nostalgia lo sguardo di quell’uomo che «accecato d’amore» la «stava a guardare»?

Per l’individuo meschino, al contrario, mai vi sarà sufficiente nudità, velo che non debba essere sollevato, squarciato e fatto a brandelli. Nell’animo colmo di volgarità, cui il riserbo è ignoto quanto la tenerezza, l’intimità uccide il riguardo sostituendovi la brama di possesso. Per questo motivo stupefazione e meraviglia sono negate all’impudicizia. Colui al quale tutto è stato detto, ogni segreto svelato, è incapace di stupirsi.

Occorre diffidare degli spregiatori dell’homo pudens, sospettare della febbrile agitazione di chi vuole abbattere ogni bastione, infrangere qualunque recinto. È il sogno a lungo vagheggiato dai devoti del potere, dagli adoratori della forza d’ogni risma: realizzare una collettività sociale talmente assorbente e totalitaria da riuscire ad estirpare nell’uomo la facoltà di meravigliarsi dinanzi al mistero della vita. Perché, caduta la pudica muraglia eretta tra gli esseri umani, saremo tutti consegnati alle fauci del Leviatano.

la prima parte QUI

91 Responses to “La dittatura della trasparenza – parte seconda”

  1. Grazie di cuore !!!!!
    Sicuro di non essere un’analista???? Perchè nel caso prenoterei una seduta :)
    Buon mese di maggio_Maria a tutti!!!!

  2. “…il pudore si manifesta sulla soglia di un varco segreto o di una riserva inviolabile, ha qualcosa del rispetto dovuto alle cose sacre”
    Bellissima questa affermazione, vera.
    Non ricordo chi ieri aveva parlato degli ammalati che non potevano concedersi il diritto del pudore. Per mia esperienza ci si avvicina all’ammalato con quel pudore sacro che non vede la nudità ma è consapevole del dono ricevuto di aver davanti Cristo e farlo sentire e comprendere alla persona in stato di bisogno.
    Forse vale soltanto per chi è credente mentre altri vedono in questo servizio di carità un dovere al quale non possono sottrarsi.

    L’articolo è bello e profondo, Andreas, grazie!

  3. “Ma come potremmo, essendo parte di questo mondo con tutte le sue parole, rendere presente la Parola nelle parole, se non mediante un processo di purificazione del nostro pensare, che soprattutto deve essere anche un processo di purificazione delle nostre parole? Come potremmo aprire il mondo, e prima noi stessi, alla Parola senza entrare nel silenzio di Dio, dal quale procede la sua Parola? Per la purificazione delle nostre parole, e quindi per la purificazione delle parole del mondo, abbiamo bisogno di quel silenzio che diventa contemplazione, che ci fa entrare nel silenzio di Dio e così arrivare al punto dove nasce la Parola, la Parola redentrice…

    Questo mi fa pensare a sant’Ignazio di Antiochia e ad una sua bella espressione: “Chi ha capito le parole del Signore capisce il suo silenzio, perché il Signore va conosciuto nel suo silenzio”. L’analisi delle parole di Gesù arriva fino a un certo punto, ma rimane nel nostro pensare. Solo quando arriviamo a quel silenzio del Signore, nel suo essere col Padre dal quale vengono le parole, possiamo anche realmente cominciare a capire la profondità di queste parole. Le parole di Gesù sono nate nel suo silenzio sul Monte, come dice la Scrittura, nel suo essere col Padre. Da questo silenzio della comunione col Padre, dell’essere immerso nel Padre, nascono le parole e solo arrivando a questo punto, e partendo da questo punto, arriviamo alla vera profondità della Parola e possiamo essere noi autentici interpreti della Parola. Il Signore ci invita, parlando, di salire con Lui sul Monte, e nel suo silenzio, imparare così, di nuovo, il vero senso delle parole.”

    (Benedetto XVI, Omelia della Concelebrazione Eucaristica con i Membri della Commissione Teologica Internazionale, 6 ottobre 2006)

  4. articolo dell’Osservatore Romano del 2006 sul pudore:

    http://www.gesuconfidointe.org/dblog/articolo.asp?articolo=30

  5. L’articolo di Andreas Hofer comincia coi castelli medievali che esprimono la forza della piccola comunità unita dentro e intorno alle mura, le quali piccole comunità hanno dovuto lottare fin dall’inizio contro la leviatanica forza del potere imperiale e poi statale che le ha inghiottite. La Chiesa, anch’essa, ha sempre cercato di riunire tutto in tutt’uno, sia pure sotto la pretesa del fine religioso-spirituale della fondazione una comunità cattolica (universale)terrena di fedeli.
    (“Roma e Israele hanno fatto passare nel cristianesimo lo spirito della Bestia mescolato a quello di Cristo” S. Weil)
    Per quanto riguarda l’impudicizia, la storia è piena di invettive contro la corruzione dei nuovi costumi in fatto di disvelamento del corpo, libertà sessuale, depravazione etc. Nulla di nuovo sotto il sole, ivi compreso vizì privati e pubbliche virtù, finzione, dissimulazione, non-trasparenza, la quale esiste allo stesso tempo che la smania di trasparenza a tutti i costi, di dire sempre tutto etc. Ila potenza dei mezzi di comunicazione di oggi hanno fatto il resto.
    Ecco, alcune osservazioni come invito alla discussione.
    Quanto, ho visto, anche indietro nel blog, al modo come è stato e viene trattato Adriano: non va mica bene.

    • guarda che Adriano si diverte un casino per questo io non gli rispondo più

      • Potrebbe anche essere. Ma come si fa a saperlo?

      • ” guarda che Adriano si diverte”

        No.

        • povero cocco

        • io penso tu dica spesso cose interessanti, Adriano, però alla fine sono sempre le stesse (del resto, sempre le stesse sono anche quelle che dicono gli altri, e pure io).
          Forse una contrapposizione così netta alla fine è sterile…a me piace di te che non giudichi gli altri commentatori e non li metti alla berlina (un comportamento da gentiluomo, cristiano per di più, direi io!) e ciò lo trovo molto bello, però mi chiedo che senso abbiano queste eterne discussioni…mi pare che nessuno cambi idea su niente…

          • Questa ovviamente è la tua opinione. Io invece, dopo aver letto un’infinità di commenti irridenti come questo – l’ennesimo di una serie (*) – sono giunto alla conclusione che sia un banale provocatore e che gli interessi unicamente mettere alla berlina. Spero di poter essere libero di dirlo.

            (*) http://costanzamiriano.wordpress.com/2012/04/29/il-sogno-americano-passa-attraverso-dio/#comment-35516
            Beata ingenuità…

            • Certo che è la mia opinione…non pretendo sia Vangelo ciò che scrivo. E non capisco, Andreas, perché tu debba rispondere con toni aspri, come se io avessi detto che nessuno può scrivere cose contrarie a ciò che penso io.
              Abbiamo, tu ed io, due opinioni differenti rispetto ad Adriano.
              nel commento che citi Adriano mette alla berlina Kirk Cameron, e lo trovo brutto da parte sua (Adriano: lo trovo brutto, te lo dico in faccia), ma Kirk Cameron non è un commentatore.
              Io l’ho detto spesse volte (e mi sono anche presa la diagnosi di un complesso di voler apparire perfetta): a me sembra che tante volte nei commenti di questo blog ci sia un astio che passa dall’idea alla persona. Io in Adriano questo non lo vedo. Posso sbagliarmi.
              del resto, ho detto che mi pare che quella che lui fa sia una polemica sterile, però gli va dato atto che commenta sempre le idee e non le persone. almeno, questa è la mia opinione.

              • Perdona la mia rudezza, ma voglio essere molto franco: sono un po’ allergico ai “difensori d’ufficio”, soprattutto quando difendono l’indifendibile. No, non mette alla berlina solo Cameron. Mette alla berlina l’autrice del post. E non è la prima volta, leggi i post precedenti e te ne renderai conto. Su internet è abbastanza normale che le discussioni siano accese, e forse a volte anche un certo modo di praticare la correzione fraterna può risultare pedante e irritante, visto che siamo tutti adulti e vaccinati. Alcune delle “discussioni” più feconde e arricchenti della mia vita ricordo di averle condotte con una ragazza anarco-primitivista e una conoscente che si dice radical-chic. Eppure, nonostante l’enorme diversità ideale, non sono mai venuti meno il rispetto reciproco e l’onestà intellettuale. Dunque non ci sono mai stati “inconvenienti” analoghi a quelli occorsi col sig. Adriano. Forse non è un caso, mi permetto di suggerire.

                • Andreas for president!!!!
                  (Scriteriato mi scuserà)

                  • ma tu non ti vergogni?
                    Senti admin ora puoi anche bannarmi ma a me fa un sacco di amarezza che NESSUNO nessuno abbia mai detto UNA parola per come Joe tratta me, con le sue continue battutine. Io non ho mai trattato così nessuno qui dentro. Ho detto che alcune idee non mi piacevano, e ho detto che non piacciono i toni aggressivi usati a volte, ma non ho mai fatto continue battute acide a nessuno come quelle che Joe sis ente in diritto di fare a chiunque non sia d’accordo col suo modo di veder il cristianesimo (ciop: “se un fratello ti sta antipatico fagli battute a go-gò magari ci soffre abbastanza e se ne va”). bene, a farmi soffrire ci è riuscito, se sei contento Joe, mi dispaciino le tue battutine, domenica a Messa puoi dire “Mission accomplished!, anche questa settimana con le mie brillanti battute ho fatto soffrire qualcuno !”. nIo cmq ho pregato per te ogni giorno, e snon sos e isa molto caritatevole quello che ti sto dicendo adesso, ma per una volta faccio come te e me ne frego della carità.

                    • Lidia, non sta a me entrare nel merito dei rapporti tra te e Joe.
                      In generale, ti posso dire che se stai su un blog devi difendere le tue idee fregandotene abbastanza dei modi e dei toni con cui gli altri dissentono. Se ci soffri non te la cavi più.

                      Ti faccio un esempio. Ho scritto oggi un commento sull’amicizia, e Alvise ha scritto che le mie sono idiozie. Come vedi, non ho sofferto, non mi sono nemmeno inalberato. Gli ho risposto in sostanza: opinione tua, prendo atto. E ho continuato a difendere la mia.
                      Tieni presente poi che quando scrivi “però mi chiedo che senso abbiano queste eterne discussioni…mi pare che nessuno cambi idea su niente…” potrei arrabbiarmi io, visto che molti degli infiniti scambi di commenti Adriano li intrattiene col sottoscritto. Che vuoi dire: che perdo tempo in discussioni inutili con lui? Ma vedi che non me la prendo… se anche ritieni inutili queste discussioni, è una tua legittima opinione, e io continuo a farle nella misura in cui lo ritengo utile e non mi stufo.

                      Considera inoltre che qui gli scontri sono liberi e incruenti: Adriano non è costretto a intervenire, non ci rimette la salute quando lo fa, e se continua a farlo ancora dopo essere stato sommerso di obiezioni e critiche significa che quelle obiezioni e critiche gli interessa riceverle.
                      Consiglio non richiesto: quando ci scontriamo con Adriano lascia che ce le diamo di santa ragione, se non vuoi partecipare alla contesa. Lascia che sia l’amministratore a vigilare su eventuali eccessi: spetta a lui. Se vuoi partecipare, entra nel merito della discussione.

                    • Quello che ho notato in anni di discussioni on line è che anche in questi luoghi internettiani si riproducono fatalmente le differenti strutturazioni dell’uomo e della donna: internet è un luogo di scambio di idee ma anche relazionale. Come sempre noi uomini vaghiamo nel regno delle astrazioni e delle idee, delle dispute e delle contese, ci scorniamo. Mentre è tipicamente femminile la preoccupazione per la relazione, i rapporti umani, l’attenzione per la persona concreta, da accogliere e amare. E a volte queste due logiche dimenticano la loro indispensabile complementarietà e la tensione dialettica degenera in conflitto aperto. Una certa animosità comunque è fisiologica in internet, la conoscenza diretta e personale delle persone con cui abbiamo avuto scontri anche durissimi prova – lo dico per esperienza – che alla fine questi scambi accesi lasciano un po’ il tempo che trovano.
                      Io sinceramente credo di avere esagerato in questi ultimi commenti: è vero, sono stato inutilmente aspro con Lida, che reputo una ragazza intelligente, colta e preparata, molto sensibile alla sofferenza altrui, avendola con tutta evidenza sperimentata sulla propria carne, e incapace di serbare rancore.
                      Allo stesso modo stimo lo spirito acuto, ironico e mai banale, la determinazione e la profonda intelligenza di Joe.
                      Certamente non ho alcuna intenzione di moraleggiare e dire a chicchessia come deve comportarsi. Sono convinto solo di una cosa: ognuno di noi è sempre bisognoso di purificazione, è perennemente manchevole e fragile. Il salmista dice che il peccato, il suo, il nostro, gli è sempre dinanzi, chiede al Signore di assolverlo dalle colpe che non vede. Per cui mi scuso se posso aver contribuito ad alimentare una situazione di tensione. Sarei enormemente felice e colmo di gratitudine se potessimo tutti riconciliarci e accogliere ognuno le debolezze e i difetti dell’altro. Accompagniamoci nei nostri errori senza tramutarci in complici l’uno dell’altro. Mi mancherebbe tanto la presenza di Joe quanto quella di Lidia, da entrambi ho potuto imparare e voglio imparare ancora.

                    • Bell’intervento, Andreas. Centrato, tempestivo, equilibrato.
                      Condivido il profilo che hai tracciato di Lidia e Joe. E’ vero che tendenzialmente i maschi si scornano in astrazioni, le donne prestano attenzione alla relazione, alla persona concreta.
                      Sottoscrivo il tuo auspicio conclusivo.

                      @Lidia: sei in gamba, hai intelligenza e sensibilità, continua ad arricchire la compagnia del blog!

                    • @ Alessandro, ti ringrazio. I consigli più saggi, come succede di norma, però sono sempre i tuoi. E spero che vengano seguiti, io cercherò di farlo.

                    • Andreas for president ?????????????

    • Discordo. L’aggettivo “leviatanico” è del tutto fuori luogo in relazione al Sacro Romano Impero. Urge rileggere «La società feudale» di Bloch. Per esteso.

  6. @filia ecclesiae: il modo, rispettoso o meno, in cui ci si avvicina ai malati non e’ sempre condizionato dalla fede, anche se viene da pensare che dovrebbe esserlo.
    Mi e’ capitato di vedere persone religiose reagire con freddezza e disgusto di fronte alle conseguenze fisiche di una malattia e, al contrario, atei capaci di un fantastico spirito di fratellanza e tenerezza.
    Credo che questo dipenda dal livello di empatia che siamo in grado di provare.
    Poi, certo, chi unisce a questa empatia anche la fede, e’ capace di un’abnegazione totale, ma la fede in se’ stessa non e’ sempre garanzia di elevati livelli di umanità .

    • Hai ragione, Erika, non lo metto minimamente in dubbio. Più che altro i credenti dovrebbero avere l’affinità con quel “pudore sacro”. Quando ho fatto il volontariato per i malati terminali era così ma eravamo un gruppo di cattolici ed era naturale parlare di loro come di Cristo che soffre.
      Importante era togliere a loro il naturale pudore di essere completamente dipendenti da noi trasformandolo in sacralità.
      Non posso parlare per altri.

  7. “Come è accaduto al soggetto della modernità, e alla sua ubriacatura di lumières e Illuminismi, con la loro ingenua – o piuttosto cinica- convinzione a proposito del mostrare e dell’esibire. Del fare insomma della vita umana uno spettacolo necessariamente “divertente”, da presentare nei salons settecenteschi. Che nel corso dei due secoli successivi diventano poi, con grave perdita di qualità, ma notevole incremento di frequentatori, i talk e i reality show televisivi.
    La riservatezza perde, in questa fase della storia dell’Occidente, il suo carattere di virtù, e viene sospinta, più o meno apertamente, tra le patologie, rispetto a quella “sociabilità” che l’Illuminismo adotta tra i suoi valori portanti. Viene ormai codificata, e spesso arbitrariamente estesa, la “fobia sociale”.

    “Mostrare tutto – osserva la psicoanalista Monique Selz nel suo Il pudore. Un luogo di libertà, – rimanda da un lato alla società dell’immagine nella quale viviamo, e, dall’altro, alla scomparsa dei limiti. Significa che qualsiasi intrusione è autorizzata”. La Selz collega questa modalità che istituzionalizza qualsiasi violazione dell’intimità del soggetto umano, dalla sessualità, alla sfera procreativa, all’affettività, alla spiritualità, con lo sguardo oggettivante, reificante, applicato all’uomo dopo le tre esperienze: quella del colonialismo, con la riduzione dell’altro ad oggetto; quella del nazismo, durante la quale si interviene direttamente sul suo corpo, per umiliarlo, mutarlo, o distruggerlo; e quella del 68, che liberando desideri adolescenziali da quella generazione alle successive, portò ad un indebolimento del tabù dell’incesto, e, da lì, a tutte le manifestazioni della riservatezza e del pudore. La situazione della famiglia davanti al reality show che scorre al televisore, nella quale i genitori guardano coi loro figli le performances sessuali degli adolescenti protagonisti dello show è, dice la Selz, una sorta di “scena primaria” descritta da Freud, ma alla rovescia. “Non sono più i bambini ad avere forse la tentazione di andare a guardare dal buco della serratura la camera da letto dei genitori. Sono invece questi ultimi che assistono in diretta ai trastulli sessuali dei loro figli!”
    Il risultato dell’abolizione del pudore è, oltre all’incremento della pedofilia conseguente all’indebolimento del tabù dell’incesto, la difficoltà nella relazione sentimentale e amorosa, che presuppone una distanza, garantita appunto dal pudore, che consenta l’avvicinamento tra i due, evitandone la fusione e distruzione di tipo consumistico. Preoccupazioni analoghe, con importanti amplificazioni di tipo antropologico, sono presentate nel bel saggio di Marta Appiani, Tabù: elogio del pudore.”

    http://www.claudio-rise.it/psycomondo/discrezione.htm

  8. Quando si elogiano i “bei tempi antichi”, pero’, si corrono dei rischi.
    Non dimentichiamo, ad esempio, che in epoche passate, a volte, più che il senso del pudore, a farla da padrona era la pruderie.
    Vedere il nudo in un’opera d’arte, o persino nella scena erotica ben girata di un film, per me non e’ la stessa cosa che vedere le performances dei ragazzotti nei reality.

    • @ Erika. Certo, lo dice anche la Selz e l’ha ricordato ieri anche Alessandro: il pudore non ha nulla a che fare col puritanesimo borghese, “ingessatura” psichica che al massimo è fomite di nevrosi. E nessuno di certo lo rimpiange. Quanto al nudo artistico, già ieri convenivo con te: http://costanzamiriano.wordpress.com/2012/04/30/la-dittatura-della-trasparenza-parte-prima/#comment-35585

    • Se la rappresentazione del nudo (su tela o su pellicola) è artistica, cioè bella, sa rinviare oltre la carne e lasciar trasparire senza mutilazioni e deformazioni il nucleo incandescente e misterioso dell’intimità personale. In questo caso la rappresentazione del corpo nudo non ne fa una cosa appetibile tra le cose, non lo reifica, non lo cristallizza in una oggettivazione che prevarica sulla dignità della soggettività personale.

      La stupidità dei balordi da reality al massimo lascia intravedere come l’abuso della libertà umana può condurre a insudiciare, a corrodere l’intima grandezza della propria dignità personale.

      • Ok, ti ha già risposto Andreas :-)

      • Erika, sul tema della rappresentazione estetica del corpo nudo ecco che diceva Giovanni Paolo II

        “Nel decorso delle varie epoche, cominciando dall’antichità – e soprattutto nella grande stagione dell’arte classica greca – vi sono opere d’arte, il cui tema è il corpo umano nella sua nudità, e la cui contemplazione consente di concentrarci, in certo senso, sulla verità intera dell’uomo, sulla dignità e sulla bellezza – anche quella “soprasensuale” – della sua mascolinità e femminilità. Queste opere portano in sé, quasi nascosto, un elemento di sublimazione, che conduce lo spettatore, attraverso il corpo, all’intero mistero personale dell’uomo. In contatto con tali opere, dove non ci sentiamo determinati dal loro contenuto verso il “guardare per desiderare”, di cui parla il Discorso della Montagna, impariamo in certo senso quel significato sponsale del corpo, che è il corrispondente e la misura della “purezza di cuore”.

        Ma ci sono anche opere d’arte, e forse ancor più spesso riproduzioni, che suscitano obiezione nella sfera della sensibilità personale dell’uomo – non a motivo del loro oggetto, poiché il corpo umano in se stesso ha sempre una sua inalienabile dignità – ma a motivo della qualità o del modo della sua riproduzione, raffigurazione, rappresentazione artistica. Di quel modo e di quella qualità possono decidere i vari coefficienti dell’opera o della riproduzione, come pure molteplici circostanze, spesso più di natura tecnica che non artistica.

        È noto che attraverso tutti questi elementi diventa, in un certo senso, accessibile allo spettatore, come all’ascoltatore o al lettore, la stessa intenzionalità fondamentale dell’opera d’arte o del prodotto di relative tecniche. Se la nostra sensibilità personale reagisce con obiezione e disapprovazione, lo è perché in quella fondamentale intenzionalità, insieme all’oggettivazione dell’uomo e del suo corpo, scopriamo indispensabile per l’opera d’arte, o la sua riproduzione, la sua contemporanea riduzione al rango di oggetto, di oggetto di “godimento”, destinato all’appagamento della concupiscenza stessa. E ciò si pone contro la dignità dell’uomo anche nell’ordine intenzionale dell’arte e della riproduzione.”

        (Giovanni Paolo II, Udienza generale, 6 maggio 1981)

  9. “…E il pudore altro non è che il discreto, vigile custode dell’interiorità individuale, il presidio dell’intimo nucleo dell’uomo.” Penso che questa frase racchiude e concentra tutto. Anche del resto condivido ogni punto. E’ importantissimo mettere in luce queste cose, sono troppo ignorate o confuse. Bellissimo post, e anche il precedente, la prima parte, belli entrambi. :)

  10. Bellissima riflessione, complimenti Andreas

  11. “Per l’individuo meschino, al contrario, mai vi sarà sufficiente nudità, velo che non debba essere sollevato, squarciato e fatto a brandelli”: concordo su tutto il post, in particolare mi soffermo su questa frase, chiedendo al Signore di allontanare da me ogni forma di meschinità. .

    • Hai ragione, Angela. Che il Signore ci preservi da ogni forma di volgarità spirituale. È da qualche post che non lo cito, per cui ora mi sembra giusto menzionare il mio caro amico francese e sentire che ha da dirci… ;-)

      VOLGARITÀ — La volgarità consiste, diceva Carlo du Bos, nel trattare le anime e le persone come cose. Questo difetto si estende al bene come al male, ed è forse peggiore nel bene che nel male. Gli apostoli, i convertitori che si accaniscono a purificare la nostra anima, se non ne rispettano il mistero ed il segreto, sono ancor più volgari degli esseri perversi che cercano di insozzarla, perché, in questo caso, prostituiscono l’amore stesso. Non conviene trattare un’anima come un paio di stivali, sia che si tratti di farla risplendere o di sporcarla.

      (G. Thibon, “Il pane di ogni giorno”, Morcelliana, Brescia 1949, p. 85)

      • Andreas: “il mio caro amico francese”? Ma ormai non è più solo tuo! Ahahah! ;-)
        “i convertitori che si accaniscono a purificare la nostra anima, se non ne rispettano il mistero ed il segreto, sono ancor più volgari degli esseri perversi che cercano di insozzarla”: quanto è vero! Il Signore ci lascia liberi, invece noi, presi dallo zelo eccessivo, vogliamo “imporre” la fede e quello che la riguarda. Il Signore rispetta i nostri tempi, invece noi abbiamo fretta e non rispettiamo quelli degli altri. Il Signore ci viene incontro parlando la nostra lingua, invece noi vogliamo far parlare la nostra agli altri. C’è una bella diffeneza, mi pare, no? ;-)

        • Ahahah, sono sicuro che lui e Alvise si sarebbero trovati a meraviglia!
          Già, noi siamo spesso “agiti” dalla voglia di vedere i risultati dei nostri “sforzi”, vogliamo vedere i “frutti”. Abbaglio accecante e foriero delle peggiori disgrazie per le anime…

    • Ma che vi ci vorrebbe, almeno una volta, a dire, sì, siamo di fori, queste cose che diciamo, es. la bellezza di Maria, sono un di più che non ha nessun valore dentro la sostanza della nostra religione, siamo così innamorati dellle nostre creature sante, a che abbiamo le traveggole, (come le avevano i Santi, traveggole mistiche, si capisce!)che vi ci vorrebbbe a dirlo?
      Non è, anche la vostra protervia, come, mettiamo, la mia?

      • Alvise Maria: “traveggole misiche”… mi piace! :-D
        La Madonna a Medjugorje ha risposto così ai veggenti che le hanno chiesto come mai è così bella: “Sono bella perchè amo”.Risparmiati i commenti su Medjugorje e indipendentemente dal credere o meno alle apparizioni, pensa al significato profondo di questa frase! Quanta verità c’è dentro! Puoi dire che gli innamorati non sono belli in volto, anche quelli brutti, perché hanno “qualcosa dentro che li rende tali? Provaci se ne hai il coraggio! Smack! :-D

        • Alvise Maria: te la dedico di cuore, perché tutti abbiamo bisogno di essere amati! ;-)

          “Signore Gesù, abbiamo tutti bisogno della Madre! Abbiamo bisogno di un amore che sia vero e fedele. Abbiamo bisogno di un amore che non vacilli mai, un amore che sia rifugio sicuro per il tempo della paura, del dolore e della prova. Signore Gesù, abbiamo bisogno di donne, di spose, di madri che restituiscano agli uomini il volto bello dell’umanità Signore Gesù, abbiamo bisogno di Maria: la donna, la sposa, la madre che non deforma e non rinnega mai l’amore! Signore Gesù, ti preghiamo per tutte le donne del mondo!” (Card. Angelo Comastri, Via Crucis al Colosseo, Venerdì Santo 2006)

  12. Andreas e Filia Ecclesiae: grazie per le risposte.
    @Alessandro: molto belle le parole di Giovanni Paolo II, grazie.
    E sono d’accordo anche sul fatto che vero, bello e buono finiscono per coincidere.

  13. E’ l’ora che piaaaa
    La squilla fedeeeel
    Le note ci inviaaaa
    Dell’Ave del Cieeeeel!!!
    ………

      • Quando nella testa mi rifrullano le musichette terribili di queste orazioni mi ricordo di quando i preti, bambino, mi portavano la mattina alle 6.30, tutte le mattine, in chiesa dove il feddo era micidiale, e l’umido, e poi la sera il rosario,m tutte le sere, e le litanie, e poi più tadi la preghiera in comune e poi le botte i maltrattamenti le sevizie le umiliazioni, tutto questo naturalmente per il nostro bene, di bambini piccini, ad maiorem dei gloriam!!! (tre punti esclamativi)
        (ma cosaa c’entrava tirare fuori la madonna) (ho capito, è maggio: la pioggia di maggio fa diventare belli, speriamo, per voi, anche buoni)

  14. “L’esperienza italiana che miscela moda e sobrietà si chiama invece Turris Eburnea.
    Nata nella Torino negli anni Quaranta da un’ispirazione di don Michele Peyron (Torino, 1907-1993), allora giovanissimo viceparroco presso il Sacro Cuore di Maria, l’apostolato si proponeva inizialmente di accompagnare i ragazzi al matrimonio.
    Con gli anni le catechesi si sono concentrate principalmente sulle future spose, dal momento che don Peyron era convinto che proprio queste giovani donne avrebbero potuto guidare il percorso spirituale dei mariti e la crescita della coppia. Lavorando sui problemi di relazione don Peyron propone Maria come modello autentico di femminilità e bellezza e da qui prende vita il progetto Turris Eburnea, ovvero “Torre d’avorio”. La torre e l’avorio sono infatti simbolo di fortezza e di purezza, e l’espressione è anche uno degli attributi della Vergine contenuti nelle litanie lauretane, le invocazioni che si recitano al termine del Rosario. Da quel momento nei teatri e nelle piazze di Torino viene favorito l’incontro e il confronto tra le ragazze fino ad arrivare alle prime vere e proprie sfilate di moda che propongono uno stile modesto, ma nello stesso tempo inconfondibile.
    Il tutto accanto ad un progetto educativo che esorta le donne ad essere “apostole” nel modo di gestire la propria femminilità, il rapporto con gli uomini, l’amore. Attraverso quasi un secolo di moda e costumi, le modelle apostole di Turris Eburnea hanno sfilato in tutta Europa, negli Stati Uniti , Giappone, Cina, Brasile, Cile.

    Così si è rivolto loro papa Paolo VI nel 1967: «… voi insegnate con l’esempio e la simpatia accattivante della testimonianza personale che parole come eleganza e formazione, fascino e pudore, disinvoltura e purezza, grazia esteriore e grazia divina, non solo possono andare benissimo d’accordo, ma sono altresì realtà anche oggi amate e stimate, da difendere gelosamente insieme e insieme da diffondere vigorosamente».”

    by Raffaella Frullone

    http://www.labussolaquotidiana.it/ita/stampaArticolo-modestia-e-sobrietin-passerella-3456.htm

  15. Andreas, mi ricollego al passo in cui affermi che lo spontaneismo comporta “la caduta verticale del muro di separazione tra interiorità ed esteriorità” e si è di fronte ad argini crollati sotto “l’inarrestabile dispersione del sé”. Anselm Grun, monaco benedettino e psicoterapeuta, noto per la sua opera di mediazione tra fede e psicologia, descrive lo stato di depressione (v. Percorsi nella Depressione – Impulsi Spirituali, Queriniana Edizioni) qualitativamente allo stesso modo: il depresso manca del cosiddetto senso di sè, ovvero ne ha una percezione debolissima al punto da temere la compagnia degli altri poichè avverte che il loro sé è “più forte”. Al di là di quello che può sembrare un mero tecnicismo, ma forte di un’esperienza personale maturata nel tempo, mi domando se l’affermarsi della depressione come malattia del secolo ventesimo possa avere un nesso di correlazione con la dittatura della trasparenza di cui parli… Ti è capitato di incontrare questo tema durante la redazione del post?

    • @ Francesca. Certo, è una “pista” che sto approfondendo anche se non al livello della psicologia individuale tout court. Diciamo che la trovo una ipotesi molto fondata: se è vero come è vero che la negazione generalizzata della dimensione del pudore è un attacco alla struttura intima dell’uomo (*), alla persona come sostanza individuale (in-dividuo, cioè non divisibile, la sostanza per definizione non è ulteriormente divisibile), allora è chiaro che una società “spudorata” genera un clima malsano che sfavorisce lo sviluppo sano della personalità più o meno quanto un’aria impregnata di radioattività rischia di provocare patologie di altra natura. Ci sarebbe tantissimo da dire anche sugli esiti spersonalizzanti della crescente invasività di quelli che Christopher Lasch chiama i “patologi sociali”, i “tecnici” delle relazioni sociali, della psiche, ecc. Su questo ha scritto un libro interessantissimo Frank Furedi, “Il nuovo conformismo. Trappa psicologia nella vita quotidiana”. E pensiamo alla psicologia di derivazione junghiana divulgata da James Hillman dove, come scrive Massimo Borghesi, «l’odio per il monoteismo diviene […] odio verso l’identità dell’io, verso la psicologia “monoteistica”». Non è nemmeno una coincidenza la progressiva funzionalizzazione dei rapporti umani perseguita dalla “società della trasparenza”, vale a dire relazioni desostanzializzate e spersonalizzate. Tutto ciò che fomenta la dispersione del sé e la dissoluzione dell’io nel corpo collettivo del “Grande Animale” certamente non può favorire lo sviluppo di personalità sane e strutturate, ma di io malfermi, incerti e labili, con grandi difficoltà a reggere la pressione della “corrente”.

      (*) Richiamo l’attenzione su queste righe vergate dal filosofo Augusto Del Noce già nel 1967: «Il fatto saliente dell’ultimo ventennio non è stato il progresso delle valutazioni di tipo marxistico, ma la diffusione dell’erotismo e della mentalità edonista. Se il ventennio precedente era stato caratterizzato dalla crescita del totalitarismo come religione secolare, il ventennio successivo lo è stato invece dalla diffusione dell’erotismo, e con erotismo non mi riferisco alla crescita o meno delle disobbedienze al sesto comandamento, ma a una disposizione spirituale ben precisa […]: il declino del pudore sino alla sua quasi totale scomparsa. Nella Genesi la nascita del pudore è collegata al passaggio dall’animale all’uomo. È perciò ben naturale che il pudore declini quando la concezione dell’homo faber, che non riconosce tra l’uomo e l’animale che la differenza di grado, si sostituisce alla tradizionale concezione dell’homo sapiens; l’idea della loro differenza qualitativa dipende invero dalla tesi tradizionale che vede nell’uomo l’immagine di Dio» (A. Del Noce “I cattolici e il progressismo”, Milano, 1994, p. 123).

  16. ” a me sembra che tante volte nei commenti di questo blog ci sia un astio che passa dall’idea alla persona. Io in Adriano questo non lo vedo.”

    Ritorno su questo blog per ringraziare Lidia di essersi accorta (ma non solo lei) di questo: cerco di non attaccare mai le persone (visto che non siamo solo un nome e un’icona, come giustamente fa notare Alvise…), ma al massimo di commentare e discutere ciò che scrivono (senza velleità letterarie, ribadisco). Ho iniziato a frequentare questo blog perché avevo tante domande e mi sembrava di poter trovare qui un po’ di conforto e certezze (ed è per questo che, a differenza di quello che scrive Alessandro, mi sentivo “costretto a intervenire”. E no, joeTurner, non mi diverto…). Poi, anche attraverso l’atteggiamento aggressivo di qualcuno, ho percepito che molti di quelli che sembravano pilastri solidi non lo erano e che venivano “sostenuti” da spiegazioni ai miei occhi ben poco robuste. Insomma, mi pare siamo tutti sulla stessa barca, fragilmente credenti (e pure diversamente credenti;-) ). Anche se, come mi pare abbia scritto Fefral, non mi riconosco negli atteggiamenti di molti qui dentro.

    Quanto al commento “irriverente” (ma dai, caro Andreas, io lo definirei “ironico” ;-)… E dove sarebbe la serie di cui parli? ) su quanto ha detto e fatto Cameron (ma non sulla sua persona), basta una ricerca su internet per vedere che ciò che ho scritto ha fondamento. Quanto all’opportunità di citare questioni non direttamente legate al fatto raccontato, ma al suo autore, non so… So però che lo stesso è stato fatto, con un post dedicato a un suo presunto “insuccesso” letterario, a Umberto Eco…

    E con questo ri-chiudo.

    • @ Adriano

      Finiamola di parlare a vanvera. L’ironia come forma retorica, insegnava Pirandello, implica una «contraddizione, ma fittizia, tra quel che si dice e quel che si vuole sia inteso» (L. Pirandello, “L’umorismo”, Mondadorti, Milano 1986, p. 30). La tua non è ironia: tu volevi solo prendere per i fondelli e irridere l’autrice del post, senza troppi giri di parole. Lascia perdere, te lo consiglio: a baloccarsi continuamente con le parole e i concetti si fa solo brutta figura. E nemmeno si fa ridere.
      Il problema sta proprio in radice. Non “funziona” così: il credente non è un “rispostificio” al tuo servizio. La Chiesa, come ha detto una volta Bernanos, non è un «albergo spirituale donde si può stare comodamente a guardare da dietro i vetri i passanti, la genete di fuori, quelli che non stanno a pensione nell’albergo, camminare nel fango». Non è solo un rifugio ma anche una forza in cammino, la speranza cristiana è una tensione verso il vero, il bello, il buono, verso la Persona di Cristo. Ecco perché la verità di fede non hanno nulla a che vedere con la sicurezza nel senso umano della parola né possono essere paragonate a evidenze tipo “2 + 2 = 4″. Sono piuttosto una specie di “cartellonistica stradale”, non dei reperti archeologici da conservare. Ne consegue che anche i credenti devono porsi domande e interrogativi, devono sempre, continuamente, sforzarsi di approfondire, studiare, conoscere, interrogarsi, chiedersi se ciò che comunicano agli altri reca l’impronta deformante delle proprie mani e se la loro sia solo una verità troppo umana. Chi sostiene il contrario ha un’idea caricaturale e falsa della religione cattolica.
      Il cavillare ossessivo invece non ha nulla a che vedere con la ricerca di senso e signficato, ma è l’espressione di una volontà “demistificatoria”. Il “cavillatore di professione” non cerca “conforto e certezze”, semmai le vuol togliere ad altri e sostituirle con l’unica sua certezza, cioè che la verità non esiste, in nessun campo della realtà: tutto è soggettivo, tutto è opinabile, tutto è negoziabile. La dittatura dell’opinione, il “confronto” a tempo indeterminato come unico idolo. Questo spiega perché il demistificatori facciano largo uso dell’irrisione irritante, aperta o sottile a seconda delle circostanze e dello spirito personale.
      I Greci, che furono davvero maestri nell’arte di porsi le domande, invece «non avevano il gusto della ricerca fine a se stessa: essi cercavano per trovare», perché perfettamente consapevoli che «chi cerca per il solo piacere di cercare non cerca veramente, ma finge di cercare. Chi invece cerca veramente, con impegno, con determinazione, con passione, lo fa perché gli interessa trovare ciò che cerca. Altrettanto si può dire del domandare. Il domandare autentico è quello che vuole ottenere una risposta. Il domandare fine a se stesso è solo una posa. Perciò i Greci non hanno solo formulato domande, ma hanno cercato anche di dare delle risposte alle loro domande» (Enrico Berti, “In principio era la meraviglia. Le grandi questioni della filosofia antica”, Laterza, Roma-Bari 2009, X). Sono le ragioni di chi cerca “alleati” a proprio sostegno ad essere traballanti, come se la ragione e la verità risiedessero nella forza del numero.
      Quando ti deciderai a mutare atteggiamento per cercare la verità nel rispetto dei tuoi interlocutori, lo stesso che si deve ai compagni di viaggio, allora per me sarai il benvenuto. Fino ad allora non ci sarà spazio per un confronto sincero e leale.

      • Andreas:
        non mi sembra che Adriano sia mai stato sleale. Semplicemente non lo accontentano le tue risposte. Ma anche lui certamente è un uomo in viaggio, come tutti. Cosa ha di megno degno di stima che di te o di altri, che non siano stronzi conclamati?

      • Andreas,

        No, non cerco nessun “rispostificio” (sarebbe troppo bello…); mi sarebbe bastato sapere come chi dice di credere abbia risolto i dubbi e superato gli ostacoli che anch’io ho trovato… che mi venisse, appunto, indicata la via (o forse solo “una” via), magari con un cartello in più, quando quello precedente non era chiaro.

        Purtroppo, per quanto riguarda le definizioni, mi devo fermare al dizionario e non posso scomodare Pirandello (visto che, come ripeto da tempo, non ho velleità letterarie) e nel dizionario ho trovato che l’ironia può avere “intento generalmente derisorio”; fatto sta che continuo a non capire da cosa tu ricavi la certezza che io volessi “prendere per i fondelli e irridere l’autrice del post”, quando nel mio commento incriminato ho parlato solo di Kirk Cameron e l’ho solo citata sulla traduzione di “theater” in italiano (e mi sembra francamente esagerato interpretare questo nel modo che tu hai fatto).

        Gli atteggiamenti di cui mi accusi non fanno parte delle mie intenzioni, non sono miei. Ho sempre cercato di rispettare i miei interlocutori, distinguendoli e tenendoli chiaramente separati da quello che scrivono. Sono alla ricerca di risposte, e mi spiace che il fatto che le tue (e quelle di altri) non fossero complete (Alvise ha ragione su questo punto) sia stato scambiato da voi per una provocazione.

        Mi consola pensare che numerose persone (Alvise, Fefral, Lidia ecc) abbiano invece capito le mie vere intenzioni, segno che, forse, il mio atteggiamento era corretto ed è stato frainteso solo da qualcuno.

        Vabbé… Buon pomeriggio!

        • Come diceva Pascal, “di solito, ci si convince meglio con le ragioni trovate da se stessi che non con quelle venute in mente ad altri”. Forse per te sono incomplete perché non cerchi realmente risposte. Tu vuoi conferme, che è cosa ben diversa. Come ti ribadisco, conosco diverse persone “in ricerca” e per nulla cattoliche. Di alcune ho enorme stima perché sono oneste intellettualmente, rispettose e posso dire d’aver imparato molto da loro. Dunque simili “incomprensioni” non ci sono mai state e ogni confronto non ha mai intaccato la stima reciproca. Con te invece si sbatte contro un muro di gomma perché non c’è reale volontà di dialogo da parte tua. Il commento “incriminato” è solo l’ultimo di una serie, e lo sai benissimo. Naturalmente non perderò il mio tempo a spulciare negli archivi del blog perché francamente penso di averne speso anche troppo a disputare con te.
          Anche questo tuo ultimo commento è un’ulteriore dimostrazione del fatto che i tuoi sono piuttosto monologhi, non dialoghi. Ti ho rinfacciato di essere derisorio. E tu che rispondi? Che secondo te fare dell’ironia in fondo equivale a deridere. Dunque ne traggo solo due conclusioni possibili: a) non hai letto o non hai compreso la mia osservazione; oppure b) per te nella derisione non c’è alcunché di deprecabile. E allora che stiamo a fare qui? Nel primo caso non posso che allargare le braccia sconsolato e arrendermi alla totale incomunicabilità; nel secondo caso molto semplicemente non pocco che giungere a una conclusione: abitiamo due mondi morali inconcilabili. La differenza tra me e te è che tu non hai l’onestà di ammetterlo e preferisci buttarla sul personale, nonostante le banalità che continui a ripetere sulla tua “nobiltà d’animo” che ti impedirebbe di “attaccare” le persone. Non lo fai direttamente, ma implicitamente qui sostieni di essere stato travisato da una ridda di fissati un po’ ottusi, incapaci di cogliere le tue “reali” intenzioni. Purtroppo il tuo atteggiamento parla per te, ed è quello che ho descritto qui sopra. Tu non dialoghi: monologhi ripetendo ossessivamente che non esiste alcuna verità e che tutto è relativo. L’intolleranza del relativismo. Non ho altro da dirti.

          • L’intolleranza del relativismo… E’ un po’ come quando uno dice; “non credo in Dio”, e si sente rispondere,
            “allora credi” (che non può esistere Dio etc.)

          • Andreas

            Incomunicabilità? Forse hai ragione (e non ho problemi ad ammetterlo). :-) Mi hai rinfacciato più volte di essere derisorio verso l’autrice del post, ti ho risposto che non mi pare proprio di esserlo stato, aggiungendo che comunque l’ironia può (può, non deve) avere questo aspetto. Il commento in questione era solo una considerazione verso ciò che di altro ha fatto Cameron e non conteneva domande vere. Questo è un monologo? Forse. Ma in altri ho fatto domande e ho ascoltato le risposte (le quali non hanno mancato di modificare le mie opinioni. Per esempio, non sono più così convinto del diritto alla stupidità
            http://costanzamiriano.wordpress.com/2011/09/06/il-diritto-alla-stupidita/)

            Quanto a ciò che, secondo te, sosterrei “implicitamente”, sono solo parole (offensive) che tu hai aggiunto (e che non ho mai detto né suggerito) all’evidenza di ciò che ho affermato, prove alla mano (v. commenti di altri). E cioè che qualcuno vede le mie vere intenzioni e qualcun altro ne vede di altre.

            Ma questa discussione sta prendendo la solita piega; quindi penso di chiudere qui.

            Statemi bene.

            • No, tu volevi denigrarla, come hai fatto più volte, questa volte “ironizzando” in maniera del tutto gratuita sulla traduzione inglese, altre volte hai preso di mira la punteggiatura, l’apostrofo mancante, ecc.
              Ti ricordo che domanda precisa da parte dell’admin, quando ti è stato chiesto di dare un fondamento alle tue illazioni, cioè di fornire le prove, ti sei smarcato in questa maniera: http://costanzamiriano.wordpress.com/2012/04/30/la-dittatura-della-trasparenza-parte-prima/#comment-35727
              Se fosse una persona corretta avresti ammesso, scusandoti, di aver proferito dei giudizi senza fondamento. Siccome ti sei ben guardato dal farlo, non ti reputo una persona corretta. Molto semplice. Quando ti scuserai allora ne riparleremo.

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