di Cyrano
Lo ammetto: sono un sentimentale (avanti, su, sentiamo chi è che ora dice che l’aveva già capito!). Devo ammetterlo perché quando leggo cose come la lettera di don Antonello che Costanza ci ha proposto ieri (repetita iuvant) è sempre difficile perdere giri, e schiarirsi la voce per iscritto non è una scemenza – già è stato un prodigio per il Caruso di Lucio Dalla, che comunque lo faceva in retto tono cantato… Comunque stavolta Costanza mi sente: ‘sta cosa che dopo di lei scrivo io mi va sempre meno bene!
Ahem, dunque: la cosa fantastica, in ogni caso, è che risulta davvero difficile, sempre più difficile, difficilissimo, sconfinare nell’“off topic”. Che dire, per esempio, del fatto che un missionario d’in capo al mondo non ha trovato troppo audace scrivere a una donna che non ha mai visto per chiederle soldi (a lei e ai suoi amici!), e che questa donna ha ritenuto perlomeno ragionevole pubblicare la di lui lettera sul proprio blog? «Magari che è a corto di idee, e che qualcosa doveva pur scrivere…»: come se non la conoscessimo. «Oppure è che in realtà il missionario non esiste e i soldi se li prende lei»: ehi, questa è degna di Cecchi Paone! Frequenta anche lui il blog? «È che sta finendoooooooo: viene risucchiata nel nulla da cui era emersa anche quest’avventura del blog (bella, non dico di no, per carità, semmai, a mio parere, comunque transitoria)»: no, non ci casco, questo l’ho sgamato!
E non è come un minestrone, per cui (sai) visto che in fondo non parliamo di niente possiamo parlare un po’ di tutto… Non ci sono “off topic” perché una delle cose che il blog ha in comune addirittura con la Chiesa è che li sperimentiamo spuntare entrambi da dove non ce li aspettavamo. Le breaking news di un disastro possono, sì, strapparti una lacrima e forse perfino allentarti la molla del portafogli (oltre che deprimerti, il più delle volte), ma non hanno il potere di farti sapere e sentire che i tuoi interessi sono precisamente quelli di altre persone, che tu non hai neanche mai visto, ma che hanno visto, sentito, toccato e gustato quello che hai visto, sentito toccato e gustato tu. «Di che reggimento siete, fratelli?»: vero, nelle disgrazie ci ritroviamo al limite membri della medesima famiglia – e Ungaretti marca parole di fuoco nel buio – ma non membra del medesimo corpo – questo lo può solo Cristo, che è “nostra pasqua” attraverso l’angoscia e il buio verso la luce e la vera gioia (che non passa).
Quando scopri che il tuo vantaggio combacia con quello di Cristo, e che le aspirazioni e i desidèri di Cristo sono i tuoi, allora stai vivendo (e conoscendo) la Chiesa, e non proverai più stupore che gioia, scoprendo un bel giorno di punto in bianco che stai scorgendo il profilo felpato di Cristo attorno a te – a garanzia che “vale la pena”, in generale, di tutto.
La ragione per cui è “un affare mio” che degli uomini, sulla faccia della terra, abbiano un motivo per non suicidarsi, me l’ha ricordata pochi giorni fa una blingibessa quattrenne (c’è sempre una blingibessa di mezzo) dai cui baci mi sono lasciato spolpare. Ora, la lezione non consiste nei baci, che comunque sono sempre di numero inferiore al bisogno (le blingibesse, non si sa come, sono informate fin dalla più tenera età sulle quotazioni dei baci al dettaglio), bensì nella passeggiata in bici sul far della sera. Raggiunto dalla ciclabile un limitrofo campo coltivato a cereali, la blingibessa ha preso a domandare al padre (un re, naturalmente) il perché delle spighe: la lezione comincia quando uno capisce che al mondo è chi fa le domande che dispensa sapienza, mentre di solito chi dà le risposte è il primo a rendersi conto dell’enormità della lezione che riceve. Perché le spighe?
Papà ha risposto: «Il grano ha quelle lunghe spighe perché i topolini da sotto non arrivino a mangiare i chicchi, ed è coronata da quelle specie di aghi perché neanche gli uccellini da sopra possano scendere a beccarli. Così poi arrivano gli uomini, che vedono quando il grano e maturo e non lo prendono né prima né dopo; con la falce tagliano lo stelo in basso e legano gli steli in fascine. Poi tirano fuori il grano dalle spighe – solo gli uomini sanno come si fa a farlo senza pungersi! – e mettono da parte lo stelo, perché insieme con gli altri servirà per pulire le stalle di quelli che hanno le mucche. Invece il grano viene messo da parte, perché gli uomini sanno aspettare anche se hanno del cibo davanti, e invece di mangiarlo subito lo macinano, ne fanno farina e poi tante delle cose che troviamo in tavola».
La blingibessa ascoltava, ma eravamo noialtri a stupirci di quello che ci aveva fatto dire: per chi è stato inventato il grano? Era veramente stato pensato in modo che soltanto gli uomini potessero mangiarlo? Se le cose stavano così, potevamo tranquillamente continuare a pedalare verso il sole cadente, sicuri che l’indomani sarebbe rispuntato dall’altro lato – non perché finora non ha mai mancato un appuntamento, ma perché il grano non era ancora maturo. Oppure quella del papà era solo una penosa bugia a una creatura cui non va rivelata, finché è possibile, la tragedia di questo vicolo cieco a senso unico che è l’esistenza? E se incliniamo a pensare che così sia, perché la risposta del papà non smette di soffiare in noi un venticello di rivelazione?
La cosa sta così: non ricordo se queste cose le sapevo o no, prima che lei chiedesse il perché delle spighe (mi girava ancora la testa per i baci? Non so, magari torno a fare un test, per amore della scienza…), ma il fatto è che in un mondo in cui le spighe crescono veramente perché gli uomini le lavorino e possano fare ciò che tutti gli animali fanno, ossia mangiare, in un modo infinitamente più elevato e “spirituale”, in un mondo così – e solo in un mondo così – si può dire a ogni uomo che c’è un motivo per non suicidarsi. Ma bisogna sapere il perché delle spighe…
La blingibessa lo sapeva: per questo l’ha chiesto.

