di Cyrano
Basta essere stati perlomeno iscritti uno o due anni in una qualche università, nonché essersi presentati agli appelli (anche solo a quelli degli altri), per aver assistito almeno una volta alla scena: lui/lei (non importa, anche se il genere può intaccare sensibilmente le dinamiche) ha un libretto farcito di trenta fino all’indecenza, con doviziosa crema di lodi sfuse, il professore lo/la guarda con imbarazzo (con più imbarazzo, se è una “lei”) perché stavolta la performance non è da cifra tonda. È stato un bell’esame, e di certo il professore non darà il voto che avrebbe dato a cuor leggero davanti a un libretto più variegato. Un altro secondo di tentennamento, poi il verdetto, che viene detto come a voler rendere un omaggio alla giustizia senza infliggere uno sfregio alla media: «29». A quel punto l’atmosfera tesa si dissolve: il professore riguadagna padronanza della situazione (ha fatto il suo dovere, e l’ha fatto secondo coscienza, cavoli!) e deglutisce per dimenticare il nodo alla gola di un attimo prima. Il candidato sbianca, e un filo di sudore gli cola sulla tempia: qui la gender question non è più del tutto irrilevante, perché se è una ragazza può quasi tranquillamente chinare il capo e versare due sommesse lacrime, fino a ricevere qualche parola di consolazione dal professore (o di aspro rimbrotto dalla professoressa); se invece è un ragazzo deve pensare che non solo la vita andrà avanti, ma che ci andrà molto presto, e che dallo stile con cui incasserà “la botta” dipenderà la sua presentabilità sociale molto più che la media dal “votaccio”.
Con beneficio d’inventario, s’intende. Ma il cuore della scena è costituito dal silenzioso coro di pensieri con cui i colleghi e le colleghe assistono alla scena: «Era ora che sbattessi i denti anche tu, fighetto/a!» – «Vediamo se la prossima volta che ti chiedo gli appunti me li dai o no, snob del cavolo!» – «Guarda, guarda, ci manca poco che si metta a piangere!» – «E adesso che fa? Perché non si alza? Vuole commuovere il prof…» – «Ah, fossi io il prof. glie lo farei mangiare quello schifoso libretto! Anzi, vorrei vedere se con un esame del genere Arcibaldo [si fa per dire, n.d.r.] avrebbe avuto un 29!» – «Sempre la stessa storia…». Le sfumature di genere possono importare anche in questa fase delle notevoli varianti, ad esempio gli sguardi femminili saranno spietati nel rileggere l’abbigliamento di una collega, crivellando con un’esegesi implacabile gli accostamenti tra accessori, tacchi, scollature, make up e profumi.
Sorvoliamo, e spezziamo una lancia in favore del malcapitato (ora possiamo tenerlo per uomo e basta, così non ci dilunghiamo con le concordanze): è senz’altro l’essere umano più infelice in un raggio non trascurabile. Meglio per lui, sì, che la sua muraglia di 30 sia stata sbeccata, così magari si rende conto che l’asse terrestre non s’è spostato di un secondo (di grado, ovviamente). Okay, sarà anche meglio per lui, ma domani: guardatelo ora, afflitto, reietto… un concentrato di fallimento! E sì che in greco e in ebraico (ma presumo anche in altre lingue sensate) c’è un solo verbo per dire “educare” e “bastonare”: il penultimo capitolo della Lettera agli Ebrei si dà la pena di constatare che «ogni educazione/bastonata non sembra essere, al momento, motivo di gioia, ma di tristezza; dopo però offre un frutto pacifico di giustizia a quelli che così sono stati allenati» (Cf. Eb 12,11). In fondo una banalità: è l’assioma fondamentale dell’educazione con cui sono venute su quasi tutte le generazioni della razza umana, giusto fino a due o tre prima della nostra. Ecco, il fatto che ci siano passati tutti non toglie che quando la batosta cade sui tuoi denti non sono le gengive del genere umano a sanguinare, ma le tue. Ed è sempre un po’ la prima volta!
C’è però un insidioso fraintendimento in agguato: non è raro che si abbia l’idea che una vita calibrata secondo le prospettive di Gesù Cristo sia una vita disposta a non emergere, a non produrre, a non eccellere. Pare certe volte che il fantomatico “frutto pacifico di giustizia” sia niente più che un “profilo basso”, incapace di sgomitare sul lavoro, nella ricerca, negli ambienti in cui la competitività ha un coefficiente rilevante – quindi non esposto al tracollo delle delusioni, delle frustrazioni… delle batoste. In breve: non dare fastidio agli altri, e gli altri (verosimilmente) non ne daranno a te. Ammantare la paura con la religione è operazione quanto mai rapida, e in effetti la si fa spesso in buona fede. Sarà “buona fede” quanto si vuole, comunque non è “fede buona”: la differenza tra il miserabile che piange sul libretto deturpato dall’orribile cifra “2” (chi non lo capirebbe?!) e gli sciacalli che godono per la sua “disfatta” è che il primo ha forse più probabilità di aggiustare il tiro e di continuare a eccellere per le giuste ragioni e coi dovuti “distinguo”.
Giuste ragioni? Quali sarebbero? Tanto per cominciare che il mondo è bello e vale la pena prenderlo di petto, perché investigare, capire, gestire e governare l’ordine delle cose (indifferentemente se si è astronomi, spazzini o teologi) è partecipare quanto ci è dato alla gioia cosmica del Creatore provvidente. Poi che, giacché il Creatore ha voluto lavorare con mani di uomo, ogni gesto quotidiano assurge a dignità “liturgica”, e pertanto merita la massima cura.
I dovuti “distinguo”, invece, sono tutti compendiati in quell’insuperabile norma di vita che è l’indifferenza (cui Ignazio dà tanto rilievo nel discernimento): se tieni a mente che le ragioni per cui ti protendi all’eccellenza non hanno direttamente a che fare col tuo prestigio (anche se possono implicarlo), la presenza di questo o la sua demolizione dovrebbero divenirti man mano fondamentalmente equivalenti.
Il “frutto pacifico di giustizia” resta allora a portata di mano: libertà. Libertà di alzarsi con un sorriso alleggerito davanti all’esaminatore e alla “media neo-periodica”. Libertà di godersi con gli altri mortali il gusto dell’imperfezione, senza smettere di protendersi all’infinito, che ci chiama dal reticolo caotico delle nostre agende.

