Gentile direttore,
io per quanto mi riguarda ho fatto mio il motto di mio nonno, il colonnello: “muro o non muro, tre passi avanti”. E se, per la verità, una volta allenandomi per una maratona ho trovato un palo, e non potrei esattamente affermare di essere andata avanti, se vogliamo sottilizzare (mi sono rotta un braccio e una gamba insieme. Da sola. A piedi), di solito sono abituata a prendermi con la fatica e l’impegno quello che voglio ottenere. E come me molte, moltissime donne, capaci di sforzi sovrumani.
Credo perciò di parlare non solo a nome mio – mi sento chiamata in causa – se dico che le quote rosa ci offendono. Non abbiamo bisogno di aiuti né di riserve naturali come la pernice bianca. Le donne che vogliono davvero arrivare, nel lavoro, arrivano. O comunque hanno le stesse difficoltà degli uomini (anche loro mica sono tutti amministratori delegati).
Possiamo essere uguali, nessuno ce lo impedisce, se non il fatto che secondo me le donne non sono tagliate per una gestione del potere come dominio. Casomai una donna sarà un’armonizzatrice, una che tira fuori da tutti il meglio. E siccome non è questa la logica del mondo del lavoro, è per questo che non arriviamo ai vertici. Perché noi siamo diverse. E non vorrei che quelle rosa facessero la fine delle quote per gli afroamericani, che più di una volta hanno creato discriminazioni al contrario negli Stati Uniti.
Quindi, dicevo, possiamo essere uguali, certo. Ma, mi chiedo: a che prezzo?
Un prezzo altissimo sul piano della vita familiare. Quella che sia possibile avere tutto è una grossa balla, che ci esenta dalla responsabilità di scegliere. Ma poi una scelta la facciamo per forza. Perché anche l’altra è una grossa balla, quella del “meglio la qualità che la quantità”. I figli hanno bisogno di tempo, non c’è modo di sfuggire a questo. Né tate meravigliose né nonni amorevoli né asili nido modello Reggio Emilia potranno sollevarci dal peso di questa verità.
Invece le regole e i tempi del mondo del lavoro sono modellati sulle esigenze e lo stile di chi non abbia grossi impegni o esigenze fuori.
Così, pur essendo io una portatrice sana di certezze tetragone, che neanche un crociato (un mio amico dice che con sguardo mite e voce flautata emetto giudizi da Inquisizione) in questo caso non so trovare la quadratura del cerchio. Le donne possono dare un contributo alla società con il loro lavoro, ma non nei tempi e nei modi dei maschi. Il lavoro dovrebbe essere modulabile sulle esigenze familiari, nel quotidiano, e nello spazio di una vita, che prevede fasi critiche, come quelle con bambini piccoli o genitori anziani.
Non è pensabile essere presenti su tutti i fronti con la stessa dedizione. Una madre lavoratrice dovrebbe girare con un gonfalone al seguito, ricamato a lettere d’oro il suo stemma: sei in ritardo. Cercherà di capire dallo sguardo del suo caporedattore se per caso è caduto il governo o è fallita la Fed mentre lei, la sera prima, imboccava semolino; fingerà concentrazione alla conferenza stampa, indossando un’espressione compresa e preoccupata per i dati Istat, mentre in realtà sta cercando di ricordare a chi ha chiesto di recuperare un figlio dal basket. Dall‘altra parte, a casa, cercherà di dare risposte coerenti giocando a Barbie mentre in realtà controlla i bollettini condominiali, o dormirà durante la recita dell’asilo.
In questo senso quella delle quote rosa mi pare la battaglia meno modellata sulle nostre vere esigenze. Se c’è una battaglia da fare è quella per i tempi, che vada nel senso, per esempio, dell’intesa tra Ministero del lavoro e parti sociali appena firmata.
Un’ultima notazione: ho tante amiche che negli anni dei figli piccoli se ne sarebbero state volentieri a casa, ma non hanno potuto. E mi chiedo: perché prima a una famiglia bastava un solo stipendio? Dobbiamo rendere più sobrio il nostro stile di vita, o forse qualcuno si è preso due lavoratori al prezzo di uno?

